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Tribunale di Milano: un metodo di allenamento sportivo non è tutelabile dal diritto d’autore

Nel decidere sull’azione promossa da un preparatore atletico – autore di un libro contenente tabelle e metodi di allenamento podistici di sua originale ideazione – avverso un suo allievo che aveva lanciato un sito internet caratterizzato da programmi di allenamento simili e talvolta copiati a quelli elaborati dall’attore, il Tribunale di Milano (sentenza n. 9423 del 20 settembre 2017) ha avuto modo di ribadire il noto principio secondo cui un metodo di allenamento non possa essere protetto ex se, poiché oggetto della tutela autorale è l’estrinsecazione dell’idea originale e creativa.

Pur non potendo attribuire una tutela ai metodi di allenamento in sé, il Tribunale ha comunque accertato l’illecita riproduzione di numerosi testi originali dell’attore, in violazione dei suoi diritti morali e di utilizzazione economica, ed ha quindi condannato il convenuto al risarcimento del danno ed all’inibitoria di ogni ulteriore utilizzazione dei testi protetti.

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Domanda di accertamento di un’ipotesi di concorrenza sleale e competenza delle Sezioni Specializzate in Materia di ImpresaDomanda di accertamento di un’ipotesi di concorrenza sleale e competenza delle Sezioni Specializzate in Materia di Impresa

Con sentenza n. 25535 del 13 dicembre 2016, la Sezione VI della Cassazione Civile ha chiarito come in tema di competenza delle Sezioni Specializzate in materia di impresa, si ha interferenza tra fattispecie di concorrenza sleale e tutela della proprietà industriale o intellettuale sia nelle ipotesi in cui la domanda di concorrenza sleale si presenti come accessoria a quella di tutela della proprietà industriale e intellettuale, sia in tutte le ipotesi in cui, ai fini della decisione della domanda di repressione della condotta o di risarcimento danni, debba verificarsi se i comportamenti asseritamente di concorrenza sleale interferiscano con un diritto di esclusiva. La fattispecie sottesa alla pronuncia riguardava l’ipotesi di illecito concorrenziale realizzato anche attraverso l’utilizzo di dati riservati costituenti il patrimonio immateriale ed il know how di una società ed è stata ritenuta, pertanto, di competenza della Sezione Specializzata in materia di impresa in quanto interferente con diritti di esclusiva. La Suprema Corte, inoltre, con questa recente pronuncia avalla la tesi secondo la quale la ripartizione tra Sezioni Specializzate in materia di impresa e Sezioni non specializzate generi un conflitto di competenza stricto sensu e non una semplice ripartizione del carico di lavoro, che determinerebbe un mero problema d’ordine amministrativo. Ad oggi, tuttavia, la questione resta dibattuta ed irrisolta, in assenza di una pronuncia delle Sezioni Unite.

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La ristrutturazione della rete vendita non determina un illecito concorrenziale ai danni dei concessionari

Lo scorso 13 ottobre, la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’Appello di Perugia per cui l’esclusione di un concessionario dalla rete distributiva da parte della società monopolista nell’importazione e distribuzione di auto a marchio Audi in Italia non rappresenta né concorrenza sleale né abuso di posizione dominante. Tale esclusione è infatti avvenuta nell’ambito di un piano di ristrutturazione della rete vendita di Volkswagen Group Italia improntato su criteri oggettivi di tipo qualitativo-quantitativo e non discriminatori, con lo scopo di ricollocare il marchio Audi in una fascia alta del mercato. Secondo la Suprema Corte, ciò è dunque espressione della libertà imprenditoriale di Volkswagen Group Italia e non costituisce una condotta illecita.

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La Corte di Cassazione scrive un nuovo capitolo della saga giudiziaria riguardante i marchi patronimici del noto stilista Elio Fiorucci

Lo scorso 25 maggio la Cassazione ha annullato la decisione della Corte d’Appello di Milano che aveva ritenuto lecito l’utilizzo da parte di Elio Fiorucci del marchio “Love Therapy by Elio Fiorucci”, nonostante il noto stilista diversi anni fa avesse ceduto i suoi marchi patronimici alla società Edwin Ltd. Secondo la Suprema Corte, infatti, l’utilizzo di un marchio contenente il patronimico di un soggetto che in precedenza aveva ceduto i propri marchi patronimici a terzi è contrario alla correttezza professionale se avviene nell’ambito di un’attività parallela a quella dell’acquirente dei marchi. La Cassazione ha quindi rinviato la causa alla Corte d’Appello che potrebbe mettere la parola “fine” all’annosa querelle.

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