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Unione Europea ed i service providers statunitensi firmano un accordo per la redazione di un codice di condotta per contrastare l’hate speech in rete

L’UE sigla un accordo con i principali ISP, tra cui Facebook, Twitter e Youtube, per la redazione di un codice di condotta volto ad intensificare il controllo, la prevenzione ed il contrasto al fenomeno del c.d. “hate speech”, ovvero quei contenuti, pubblicati dagli utenti, che hanno lo scopo di esprimere odio e intolleranza verso una persona o un gruppo sociale.

Le piattaforme si impegnano a predisporre procedure che velocizzino l'intervento nei casi in cui vengano segnalati contenuti illeciti, con l'obiettivo di eliminarli entro 24 ore. Il tema tuttavia è delicato, perché coinvolge istanze opposte quali la libertà di espressione e l’attività censoria.  Forse per questo si è scelto di optare per un testo che sarà periodicamente adeguato all'esperienza maturata e agli scopi che di volta in volta emergeranno.

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Società di gestione collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi

autore:

Roberta Avarello

Si segnala la proposta di direttiva recentemente elaborata dall’Unione Europea nell’intento di garantire, nell’ambito del mercato unico, un’adeguata regolamentazione dell’attività esercitata dalle società di gestione collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi, le c.d. “collecting societies”.
Si rammenta che le collecting societies gestiscono collettivamente, per conto dei soggetti che le medesime rappresentano, i diritti d’autore ed i diritti connessi delle opere protette, svolgendo un ruolo di intermediazione quanto alla concessione di licenze, la riscossione delle royalties e la relativa distribuzione in favore dei citati autori.
Ebbene, con riferimento alle opere musicali, la direttiva mira a migliorare i criteri di amministrazione e trasparenza adottati dalle collecting societies nell’esercizio della propria attività, affinché i soggetti per conto dei quali le medesime agiscono possano esercitarvi un più effettivo controllo.

La proposta di direttiva mira, altresì, a facilitare il rilascio, da parte delle collecting societies, delle licenze multi-territoriali per lo sfruttamento on line delle opere musicali.
Quanto al contenuto della proposta in esame, daremo conto, di seguito, di una sintesi dei punti più rilevanti del testo della proposta di direttiva in parola.
A tal proposito, si segnala come la stessa preveda una suddivisione in tre “titoli”, i primi due dei quali aventi ad oggetto, rispettivamente, previsioni generali in ordine a scopo e definizioni della medesima direttiva e regole di organizzazione e trasparenza a cui tutte le collecting societies dell’UE sarebbero tenute a conformarsi.
Il titolo secondo è, a sua volta, suddiviso in cinque capitoli che, dall’art. 4 all’art. 20 dettano, come accennato, regole generali di trasparenza con particolare riferimento all’organizzazione interna delle collecting societies, alla gestione finanziaria dalle stesse posta in essere, alla gestione dei diritti per conto di altre collecting societies, ai rapporti di queste ultime con gli utenti ed al regime di informazione dell’attività svolta nei confronti dei propri membri e delle altre società.
Quanto alla organizzazione interna delle collecting societies, il testo della proposta imporrebbe agli Stati membri di assicurare: a) che l’azione delle collecting societies venga posta in essere nell’interesse dei propri membri e senza imposizioni, nei confronti dei titolari dei diritti, di obbligazioni non strettamente necessarie per la protezione degli stessi; b) specifiche facoltà in favore dei titolari dei diritti, tra cui la facoltà di autorizzare le collecting societies in ordine alle scelte da effettuare quanto alla gestione dei diritti d’autore, nonché la possibilità di porre fine al mandato con congruo preavviso di 6 mesi; c) che l’eventuale rifiuto opposto da una collecitng societies ad una richiesta di partecipazione si basi su dei criteri oggettivi; d) che gli incontri tra i membri delle collecting societies si svolgano almeno una volta l’anno per decisioni relative alla politica ed alla distribuzione dei ricavi derivanti dallo sfruttamento delle opere; e) che le collecting societies svolgano una funzione di supervisione sui soggetti effettivamente responsabili della gestione dei diritti.
Con riferimento alle regole dettate relativamente alla gestione finanziaria delle collecting societies, gli artt. 10, 11 e 12 del citato titolo secondo stabiliscono, tra l’altro, che le collecting societies dovrebbero gestire separatamente i ricavi derivanti dallo sfruttamento dei diritti d’autore da altre entrate, e che le medesime collecting societies sarebbero tenute al pagamento regolare e senza ritardi degli importi dovuti ai titolari dei diritti, nonché alla specificazione delle deduzioni per management fees.
Quanto alla gestione dei diritti per conto di altre collecting societies, il testo della proposta in esame imporrebbe agli Stati Membri di assicurare che le medesime collecting societies non pongano in essere discriminazioni, in ordine alla applicazione di tariffe e condizioni, tra i propri membri e soggetti dei quali le stesse amministrino i diritti in forza di accordi di rappresentanza.
Riguardo ai rapporti con gli utenti, la direttiva imporrebbe alle collecting societies ed agli utenti di condurre le negoziazioni di licenze secondo buona fede, mediante l’applicazione di criteri oggettivi e conformemente al valore dei diritti di autore sul mercato.
Quanto infine al regime di informazione dell’attività svolta dalle collecting societies, la direttiva imporrebbe agli Stati Membri di assicurare, tra l’altro, trasparenza nell’informazione, nei confronti dei propri membri, degli importi raccolti e pagati sia in ordine allo sfruttamento dei diritti sulle opere protette che a management fees e deduzioni.
Dopo esserci soffermati sulle previsioni generali di cui ai primi due titoli della proposta di direttiva, si segnala adesso come il titolo terzo della stessa detti le condizioni che le collecting societies sarebbero tenute a rispettare nella concessione di licenze multi territoriali per lo sfruttamento on line di opere musicali.

In particolare, gli artt. 27-33 della direttiva imporrebbero agli Stati Membri di assicurare che le collecting societies: a) pongano in essere una elaborazione elettronica efficiente dei dati necessari per la concessione delle predette licenze, con riferimento alla identificazione del repertorio, al controllo del relativo uso nonché ai ricavi derivanti dallo sfruttamento on line delle opere protette e della relativa distribuzione tra i titolari dei diritti; b) garantiscano ai service provider, ai titolari dei diritti ed alle altre società la identificazione di tutte le opere musicali rappresentate; c) garantiscano ai titolari dei diritti ed alle altre società la possibilità di correggere dati inseriti nei data base che ritengano non essere corretti; d) controllino l’utilizzo, da parte dei service provider, delle opere rappresentate e coperte da licenze; e) paghino correttamente e senza ritardi gli importi dovuti ai titolari dei diritti.
Per concludere, si segnala come il titolo quarto della direttiva in esame, regolamenterebbe, tra l’altro, la risoluzione di eventuali controversie che dovessero sorgere tra le collecting societies, gli utenti, i titolari di diritti ed altre società in ordine alle condizioni di licenza, attribuendo la relativa competenza ad un’autorità designata dagli stessi Stati Membri, indipendente ed imparziale.
(R.A.)
Proposta di Direttiva 11.7.2012.pdf

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Il servizio di suggest search all’interno dei motori di ricerca: due ordinanze a confronto

autore:

Alberto Fogola

Il servizio di suggest search, utilizzato dai principali motori di ricerca, è stato recentemente al centro di due ordinanze cautelari che, con riferimento a fattispecie sostanzialmente analoghe, sono giunte a soluzioni differenti.

La prima decisione (emessa dal Tribunale di Milano) ha ritenuto sussistente la responsabilità del motore di ricerca se, attraverso il servizio di completamento delle query (c.d. suggest search), vengono forniti all’utente, all’interno della stringa di ricerca, suggerimenti aventi contenuto diffamatorio; diversamente, la seconda ordinanza (emessa dal Tribunale di Pinerolo), sempre in un’ipotesi di presunta diffamazione, ha negato ogni responsabilità in capo al motore di ricerca.
Tribunale Milano 24-03-2011.pdf
Tribunale Pinerolo 02-05-2012.pdf

Commento
Il servizio di suggest search (denominato anche “Autocomplete”), presente nei principali motori di ricerca si basa su un software che consente di “guidare” l’utente nella ricerca mostrandogli le query più comuni che iniziano con le parole che vengono inserite nella stringa di ricerca.
I suggerimenti forniti sono indicatori della popolarità delle query e derivano da un’elaborazione statistica/automatica (costantemente aggiornata) delle ricerche effettuate dagli utenti nell’ultimo periodo.
La questione alla base di entrambe le ordinanze in commento riguarda la configurabilità o meno di un illecito in capo al motore di ricerca allorquando venga fornito all’utente un suggerimento a contenuto diffamatorio; nel caso del Tribunale di Milano si trattava dell’accostamento del nome di una persona alle parole “truffa” e “truffatore”, mentre nel caso del Tribunale di Pinerolo i termini in questione erano “indagato” e “arrestato”.
Al di là dell’aspetto, esclusivamente di merito, circa la portata diffamatoria (o meno) di tali suggerimenti, entrambe le ordinanze analizzano il ruolo del motore di ricerca (in entrambi i casi si trattava di Google) e, soprattutto, l’eventuale responsabilità dello stesso in relazione ad un servizio automatico fondato su rivelazioni statistiche.
Il Tribunale di Milano ha concluso ritenendo responsabile il motore di ricerca, in quanto il servizio di suggest search, pur essendo basato su un sistema automatico di algoritmi matematici, è un servizio solo astrattamente neutro che perde tale prerogativa quando i criteri, scelti dallo stesso motore di ricerca, generano un abbinamento improprio tra i termini di ricerca. Per tale ragione, i giudici milanesi hanno ravvisato una responsabilità extracontrattuale del motore di ricerca che risponde degli abbinamenti derivanti dal servizio di suggest search pur non ricoprendo alcun ruolo rispetto ai siti indicizzati che, ovviamente, sono gestiti da terzi.
Diversamente, il Tribunale di Pinerolo ha dichiarato che, attraverso il servizio di suggest search, il motore di ricerca si limita a svolgere con neutralità un mero servizio di Internet Service Provider, rientrante nella disciplina di cui al d.lgs. 70/2003 (attuativo della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico). Di conseguenza la responsabilità del motore di ricerca non è configurabile, salvo che l’informazione ospitata (nel caso di specie la query suggerita all’utente e non, ovviamente il/i risultato/i indicizzato/i) sia illecita ed il prestatore del servizio ne sia consapevole.
L’ordinanza del Tribunale di Pinerolo, dunque, diversamente dal precedente milanese, ritiene applicabile il decreto 70/2003 e nega la configurabilità di una responsabilità del motore di ricerca per gli abbinamenti derivanti dal servizio di suggest search che, in effetti, non sono altro che la conseguenza di comportamenti collettive degli utenti e, dunque, loro personale manifestazione del pensiero che, come tale, è estranea al motore di ricerca. 
(A.F.)

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Google non è editore di youtube, ma un mero fornitore di servizi tecnologici

Il Tribunale di Grande Istanza di Parigi ha stabilito che Google è un intermediario della comunicazione ovvero un mero fornitore di servizi tecnologici e non già un editore. Conseguentemente, Google non può essere chiamato a rispondere di eventuali violazioni dei diritti d’autore poste in essere dai propri utenti attraverso la pubblicazione di video sulla piattaforma di videosharing Youtube.

Tribunal De Grande Istance de Paris, 29 maggio 2012 S.A. Television Francaise 1 – TF1 ed d’autres c. YouTube LLc

Commento
Con la decisione del 29 maggio 2012, il Tribunale di Parigi ha rigettato la domanda risarcitoria proposta dalla rete televisiva francese Tf1 nei confronti di Google per violazione dei diritti d’autore su propri programmi diffusi tramite la piattaforma di videosharing Youtube, ed ha affermato che Google deve essere considerata un mero fornitore di servizi tecnologici e non può pertanto essere chiamata a rispondere di eventuali illeciti posti in essere dai propri utenti.
Il Tribunale è giunto alla suddetta conclusione a seguito di un esame dettagliato dei servizi offerti dalla piattaforma Youtube agli utenti, agli inserzionisti e ai titolari di diritti ed ha stabilito che essi non possono essere considerati elementi idonei ad escludere il ruolo di mero hosting provider di Google a favore di quello di editore e che, pertanto, a Google dovessero applicarsi le limitazioni di responsabilità previste dalla Direttiva 2001/31/CE sul commercio elettronico, così come implementate dalla legge nazionale. In particolare, il Tribunale di Parigi ha ritenuto irrilevanti: (i) la circostanza che Google nelle condizioni generali del servizio accettate dagli utenti, si riserva il diritto di utilizzare i contenuti dei utenti stessi, in assenza della prova di un effettivo esercizio di tale diritto al fine di conferire alla piattaforma una specifica linea editoriale; (ii) la raccolta di pubblicità connessa ai contenuti degli utenti; (iii) la previsione di un sistema di ricerca di contenuti protetti (c.d. Content id) utilizzabile dai titolari dei diritti.
Si tratta di una sentenza che si pone in netto contrasto con quelle dei Giudici nazionali; questi, infatti, sulla base degli stessi elementi sopra indicati che il Tribunale di Parigi ha ritenuto non avessero alcuna rilevanza sulla qualificazione di  Google come mero “hosting provider”, hanno invece elaborato  una nuova figura di Intermediario della Rete, definita “ hosting attivo” ritenuto “ non completamente passivo e neutro rispetto ai contenuti immessi dagli utenti” al quale non è applicabile la disciplina del D.Lgs. 70/2003.
(A.B.)

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Responsabilità degli internet service providers

Con ordinanza del 14 febbraio 2012, il Tribunale di Roma si è pronunciato sul ricorso ex art. 700 c.p.c. proposto da Reti Televisive Italiane s.p.a. (RTI), quale titolare dei diritti di trasmissione delle partite di calcio del campionato di serie A di diverse squadre, contro Worldstream DBM CV, un hosting provider che ospitava un sito che trasmetteva in live streaming, tramite il collegamento con altri siti internet, diversi contenuti audiovisivi, tra cui gli eventi calcistici oggetto della licenza concessa a RTI. La Sezione specializzata ha accolto le richieste di RTI, inibendo la prosecuzione di servizi per la trasmissione al pubblico dei contenuti audiovisivi oggetto dei contratti di licenza concessi dalla Lega Calcio e UEFA a RTI ed ordinando la rimozione dei suddetti contenuti dai propri servers, in quanto in violazione della Legge sul diritto d’autore.

Commento
Il Tribunale di Roma ha avuto nuovamente occasione di affrontare una tra le più spinose problematiche giuridiche connesse alla diffusione globale della rete Internet: quella della responsabilità degli Internet service providers, disciplinata dagli artt. da 14 a 17 del d.lgs 70/2003, che recepisce la direttiva n. 2000/31/CE. In particolare, l’art. 17 dispone per i provider di servizi per la società dell’informazione l’assenza di un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni trasmesse o memorizzate e, su questo presupposto, le disposizioni che precedono prevedono un altrettanto generale esonero da responsabilità per l’illiceità delle informazioni, in deroga rispetto al principio generale di responsabilità di impresa per le proprie attività. Per quanto questa norma derivi da un bilanciamento legislativo di interessi e diritti fondamentali (da un lato vi è il diritto di proprietà intellettuale, dall’altro la libertà di informazione e il diritto alla riservatezza, che risulterebbe compromesso da un controllo preventivo delle informazioni presenti in rete), essa pare in contrapposizione con la tutela giudiziaria prevista dall’art. 156 e ss. della Legge sul diritto d’autore. Pertanto, al fine di superare questo apparente conflitto, dopo un excursus di giurisprudenza nazionale e comunitaria sulla questione, il Tribunale di Roma ha ricostruito una regola generale secondo la quale il provider è responsabile per la violazione di diritti di proprietà intellettuale a mezzo Internet soltanto proprietà intellettuale a mezzo Internet soltanto nel caso in cui non abbia adempiuto ad un obbligo specifico e a posteriori di sorveglianza, attivato su segnalazione di singoli illeciti identificati da parte del titolare del diritto di proprietà intellettuale, non rimuovendo i contenuti contraffattivi o oscurandoli solo temporaneamente. Pertanto, secondo l’interpretazione del Tribunale di Roma, in presenza di una lettera di diffida o di una comunicazione inviata dal titolare del diritto di proprietà intellettuale e volta ad informare il service provider della lesione dei suoi diritti e dell’illiceità delle informazioni da esso trasmesse e memorizzate, il provider stesso non potrò appellarsi all’esonero di responsabilità previsto dagli artt. da 14 a 17 del D.lgs. 70/2003. (L.E.)

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Nuova sentenza della Corte UE sul diritto all’oblio: i possibili risvolti per utenti e motori di ricerca

Da anni si discute del delicato tema della responsabilità degli Internet Service Provider in relazione ai contenuti diffusi dagli utenti.

Recentemente, la Corte di Cassazione, con sentenza depositata il 3 febbraio 2014 in relazione al noto caso Google/Vividown, aveva escluso la responsabilità degli ISP affermando che non esiste una legge che impone al provider un obbligo generale di sorveglianza dei dati immessi da terzi sul sito da lui gestito, né sussiste in capo a tale soggetto alcun obbligo sanzionato penalmente di informare il soggetto che ha immesso i dati dell’esistenza e della necessità di fare applicazione della normativa al trattamento dei dati stessi. La nostra suprema corte, in altre parole, aveva ricondotto la responsabilità di un contenuto caricato su una piattaforma web al suo solo autore, qualificando tale soggetto unico titolare del trattamento dei dati personali presenti nel contenuto.

Con sentenza emessa lo scorso 13 maggio, la Corte di Giustizia adotta una diversa interpretazione, volta a riconoscere ai cittadini europei il diritto di richiedere ai motori di ricerca l’eliminazione, dalle loro pagine dei risultati, di eventuali link che rimandino verso “contenuti non più rilevanti”, qualificando gli ISP titolari del trattamento dei dati veicolati tramite la loro attività di indicizzazione.

Questi i fatti.

Un cittadino spagnolo aveva presentato reclamo al Garante per la Privacy spagnolo contro La Vanguardia Ediciones SL, società che pubblica un quotidiano di larga diffusione, Google Spain e Gongle Inc., sostenendo di aver diritto a far rimuovere, dai risultati della ricerca di Google che si potevano ottenere inserendo il proprio nome nell’apposito campo, i link ad una notizia pubblicata dal quotidiano La Vanguardia, vecchia di sedici anni, circa la vendita all’asta di un immobile di sua proprietà, causato da motivi di difficoltà finanziaria. Secondo tale cittadino spagnolo, i risultati di tale ricerca violavano la sua privacy; inoltre, l’informazione non era più attuale, perché i suoi dissesti economici si erano risolti. Per questo, riteneva di aver diritto ad ottenere l’oblio di tali informazioni dai risultati di ricerca di Google.

Il Garante per la privacy spagnolo ha accolto il ricorso del cittadino spagnolo. Google Spain e Google Inc hanno presentato ricorso avverso tale decisione e il Giudice così adito ha sospeso il procedimento al fine di sottoporre alla Corte di Giustizia Europea una serie di questioni pregiudiziali, volte a chiarire come debba essere interpretata la Direttiva 95/46/CEE (“Direttiva”) con riferimento al servizio offerto da Google. Le questioni riguardavano essenzialmente:

1-   la possibilità di applicare la disciplina privacy nazionale, di recepimento della Direttiva, a Google, ai sensi dell’art. 4, comma 1, lett. a), della Direttiva, tenuto conto che Google svolge l’attività di motore di ricerca fuori dalla Spagna e dalla UE, ma ha in Spagna una filiale destinata alla promozione e alla vendita di spazi pubblicitari proposti dal motore di ricerca e l’attività della quale si dirige agli abitanti di tale Stato;

2-    la possibilità di qualificare l’attività di indicizzazione come un trattamento dei dati ai sensi dell’art. 2, lett. b), della Direttiva;

3-   la possibilità di qualificare Google quale titolare del trattamento delle pagine web da essa indicizzate, ai sensi dell’art. 2, lett. d), della Direttiva;

4-   la possibilità di ordinare direttamente a Google la rimozione dai propri indici di una informazione pubblicata da terzi, senza rivolgersi previamente o simultaneamente al titolare della pagina web in cui è inserita tale informazione, nel rispetto dei diritti enunciati agli artt. 12, lett. b), e 14, lett. a), della Direttiva.

In relazione al principale quesito di cui al precedente n. 2, la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato che il gestore di un motore di ricerca, esplorando internet in modo automatizzato, costante e sistematico alla ricerca di informazioni ivi pubblicate,“raccoglie dati siffatti, che egli estrae, registra ed organizza successivamente nell’ambito dei suoi programmi di indicizzazione, conserva nei suoi server ed, eventualmente, comunica e mette a disposizione dei propri utenti sotto forma di elenchi dei risultati delle loro ricerche.Poiché tali operazioni sono contemplate in maniera esplicita ed incondizionata all’art. 2, lett. b), della Direttiva, esse devono essere qualificate come “trattamento” ai sensi di tale disposizione, senza che rilevi il fatto che il gestore del motore di ricerca applichi le medesime operazioni anche ad altri tipi di informazioni e non distingua tra queste e i dati personali”.

Quanto al terzo quesito, la Corte di Giustizia europea ha rilevato che è il gestore del motore di ricerca a determinare le finalità e gli strumenti di tale attività e, dunque, il trattamento dei dati personali che egli stesso effettua nell’ambito dell’attività medesima; conseguentemente, è qualificabile come titolare del trattamento.

Con riferimento al primo quesito circa l’applicabilità della disciplina nazionale al caso in analisi, la CGE ha rilevato che non è contestato che Google Spain si dedica all’esercizio effettivo e reale di una attività mediante un’organizzazione stabile in Spagna. Essendo inoltre dotato di una personalità giuridica propria, detta società costituisce in tale modo una filiale di Google Inc in territorio spagnolo e, quindi, uno “stabilimento” ai sensi dell’art. 4, comma 1, lett. a) della Direttiva. Quanto all’esigenza che il trattamento sia “effettuato nel contesto delle attività dello stabilimento” della società estera collocato in uno Stato membro, la CGE ne ha rilevato l’applicabilità nel caso di specie, in quanto Google Spain garantisce, in Spagna, la promozione e la vendita degli spazi pubblicitari proposti dal suddetto motore di ricerca agli abitanti di detto Stato Membro: attività che servono a rendere redditizio il servizio di ricerca offerto da Google Inc. e che sono, pertanto, tra loro inscindibilmente connessi.

In relazione all’ultimo quesito, la CGE ha dichiarato che gli artt. 12, lett. b), e 14, primo comma, lett. a), della Direttiva devono essere interpretati nel senso che al fine di rispettare i diritti previsti da tali disposizioni, e sempre che le condizioni da queste fissati siano effettivamente soddisfatte, il gestore di un motore di ricerca è obbligato a sopprimere, dall’elenco dei risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellate dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita.  La soppressione dei contenuti effettuati, in ogni caso, dovrà essere effettuata dal titolare del motore di ricerca, verificando se l’interessato abbia diritto a che l’informazione in questione non venga più collegata al suo nome, ossia analizzando se il diritto alla riservatezza dell’interessato sia prevalente rispetto al diritto all’informazione da parte del pubblico o se, al contrario, il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica giustifichi in qualche modo l’ingerenza nei suoi diritti fondamentali a favore dell’interesse preponderante del pubblico ad avere accesso a tali informazioni.

Stando al contenuto di tale sentenza, gli utenti potranno proporre una istanza direttamente al titolare di un motore di ricerca, chiedendo che i propri dati personali, che “in relazione al tempo trascorso e alle finalità per le quali sono stati trattati non siano più pertinenti”, non siano più indicizzati. Questo fatti salvi i casi in cui l’interesse del pubblico a conoscere tali dati sia tale da considerarsi preponderante rispetto al diritto all’oblio del singolo e/o il ruolo pubblico del soggetto che avanza l’istanza. Nel caso in cui il gestore non dia seguito alla domanda, inoltre, gli utenti potranno adire le autorità competenti per ottenere, a determinante condizioni, la soppressione di tali informazioni dall’elenco dei risultati della ricerca.

Le possibili ripercussioni di tale sentenza sono amplissime.

Da oggi, infatti, gli ISP potrebbero trovarsi a dover gestire le richieste di cancellazione di dati personali che gli utenti potrebbero far pervenire ai motori di ricerca alla luce di questa sentenza, andando a valutare quali richieste accogliere e quali rifiutare, in base ad un giudizio di preponderanza tra il diritto alla privacy e quello alla libertà di espressione o all’interesse pubblico di accedere all’informazione.

Gli ISP, inoltre, potrebbero potrebbero valutare l’opportunità di rendere una informativa privacy agli utenti che navigano sui loro siti per le finalità proprie del motore di ricerca e trattare le informazioni utilizzate per svolgere la loro attività di ricerca in conformità ai principi di cui alla Direttiva.

Nei prossimi mesi, vedremo come si comporteranno in concreto i principali player del mercato e quale posizione prenderanno i giudici italiani rispetto alla applicazione dei principi espressi nella sentenza in analisi.

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CGE e responsabilità dei Provider Internet

Sentenza Della Corte Di Giustizia (Quarta Sezione) 27 marzo 2014 nella causa C‑314/12 - Direttiva 2001/29/CE – Sito Internet che mette opere cinematografiche a disposizione del pubblico senza il consenso dei titolari di un diritto connesso al diritto d’autore – Articolo 8, paragrafo 3 – Nozione di “intermediari i cui servizi siano utilizzati da terzi per violare un diritto d’autore o un diritto connesso” – Provvedimento nei confronti di un fornitore di accesso ad Internet che gli vieta di consentire ai suoi abbonati l’accesso a un sito Internet – Bilanciamento fra diritti fondamentali.

Questa sentenza della CGE è giunta con tempismo pressoché perfetto rispetto all’introduzione dell’ultra-rapida procedura AGCOM, innestandosi sul medesimo tema, ossia il blocco all’accesso dei contenuti online imposto ai provider e la compatibilità di tali provvedimento con la normativa comunitaria in materia di diritto d’autore e le fondamentali libertà d’impresa e informazione. 

Nel caso in esame, due società austriache titolari dei diritti di sfruttamento economico su opere audiovisive, Constantin Film Verleih GmbH e Wega Filmproduktionsgesellschaft GmbH, dopo avere appreso che diverse opere di loro proprietà potevano essere scaricate o visualizzate in streaming su un sito internet, hanno proposto azione in via d’urgenza dinanzi al giudice austriaco al fine di ottenere un’ordinanza con cui si ingiungesse all’UPC Telekabel, provider austriaco di accesso ad internet, di inibire l’accesso dei suoi abbonati al sito internet contestato. 

Il giudice di primo grado aveva accolto il ricorso, ingiungendo al provider di inibire l’accesso dei suoi abbonati al sito Internet contestato, mediante il blocco del DNS e dell’indirizzo IP attuale nonché di ogni altro indirizzo futuro di cui il provider fosse venuto a conoscenza. Avverso tale provvedimento il provider ha proposto appello, alla luce del quale la Corte d’Appello di Vienna ha modificato parzialmente l’ordinanza di primo grado, ritenendo che quest’ultima aveva erroneamente indicato le misure che l’UPC Telekabel doveva adottare per effettuare il blocco del sito Internet contestato. L’Oberlandesgericht di Vienna ha ritenuto in primo luogo che la propria legge nazionale debba essere interpretata alla luce dell’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29 e che, pertanto, UPC Telekabel doveva essere considerata un intermediario i cui servizi erano utilizzati per violare i diritti connessi di Constantin Film e Wega, che avevano quindi diritto di chiedere il provvedimento inibitorio nei confronti del provider. Tuttavia, il giudice d’appello viennese ha ritenuto che al provider potesse soltanto essere richiesto, nella forma di un obbligo di conseguire un risultato, di vietare ai suoi abbonati l’accesso al sito Internet contestato, lasciandolo libero quanto alla scelta delle misure da adottare.

Il provider UPC Telekabel ha proposto ricorso alla suprema corte austriaca escludendo che i propri servizi siano utilizzati per violare un diritto d’autore o un diritto connesso ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29, non avendo alcun rapporto commerciale con i gestori del sito Internet contestato e asserendo che non fosse stato dimostrato che i suoi abbonati avessero agito in modo illecito. Infine, il provider ha allegato che le diverse misure di blocco da adottarsi erano tutte tecnicamente aggirabili e in alcuni casi eccessivamente onerose. 

La suprema corte ha quindi rimesso la questione alla CGE con quattro quesiti, di cui analizziamo solo il primo e il terzo (il secondo e il quarto quesito erano condizionati alla riposta negativa del primo e del terzo, condizione che non si è avverata, come vedremo di seguito): 

(a)Se l’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29 (...) debba essere interpretato nel senso che un soggetto il quale metta a disposizione del pubblico in Internet materiali protetti senza l’autorizzazione dei titolari dei diritti [ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2001/29] utilizza i servizi del fornitore di accesso [a Internet] dei soggetti che accedono a tali materiali.

(b)Se sia compatibile con il diritto dell’Unione, in particolare con la necessità di operare un bilanciamento fra i diritti fondamentali delle parti coinvolte, vietare a un fornitore di accesso [a Internet] in modo totalmente generale (dunque senza la prescrizione di misure concrete) di consentire ai suoi abbonati l’accesso a un determinato sito Internet fintanto che in quest’ultimo siano, esclusivamente o prevalentemente, resi accessibili contenuti senza l’autorizzazione del titolare dei diritti, qualora il fornitore di accesso [a Internet] possa evitare sanzioni per la violazione di tale divieto dimostrando di avere comunque adottato tutte le misure ragionevoli.

a) La CGE, ha analizzato il primo quesito precisando in promo luogo che, come indicato dal considerando 59 della direttiva 2001/29, i servizi degli intermediari sono sempre più utilizzati per violare il diritto d’autore o i diritti connessi e che quindi tali intermediari sono spesso i più idonei a porre fine a tali violazioni (UPC Telekabel ha contestato di poter essere qualificata come intermediario si sensi della suddetta direttiva). La Corte ha ricordato, nella sua analisi, che ai sensi dl considerando 59 della direttiva 2001/29 il termine «intermediario», utilizzato all’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva, significa qualsiasi soggetto che consenta violazioni in rete da parte di un terzo contro opere o altri materiali protetti. Secondo la Corte, poiché il fornitore di accesso ad Internet è parte necessaria di ogni trasmissione in Internet di una violazione tra un suo abbonato e un terzo, deve concludersi che un fornitore di accesso ad Internet, quale UPC Telekabel, che consente ai suoi abbonati l’accesso a materiali protetti messi a disposizione del pubblico su Internet da un terzo, è un intermediario ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29.

La Corte non ha condiviso la prospettazione secondo cui, per ottenere la pronuncia di un’ingiunzione nei confronti di un fornitore di accesso ad Internet, i titolari di un diritto devono dimostrare che sia effettivamente avvenuta una consultazione, sul sito Internet contestato, dei materiali protetti messi a disposizione del pubblico senza l’accordo del titolare dei diritti, poiché la direttiva 2001/29 dispone che le misure da questo previste abbiano l’obiettivo non solo di far cessare le violazioni ma anche di prevenirle. Di conseguenza, i titolari di un diritto d’autore o di un diritto connesso possono agire senza dover dimostrare che gli abbonati di un fornitore di accesso ad Internet consultino effettivamente i materiali protetti messi a disposizione del pubblico senza la loro autorizzazione: l’esistenza di un atto di messa a disposizione del pubblico di un’opera – infatti - presuppone unicamente che detta opera venga messa a disposizione del pubblico, non che il pubblico abbia avuto effettivamente accesso a tale opera.

Secondo la Corte, pertanto, l’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29 dev’essere interpretato nel senso che un soggetto che metta a disposizione del pubblico su un sito Internet materiali protetti senza l’accordo del titolare dei diritti, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2, di tale direttiva, utilizza i servizi del fornitore di accesso ad Internet dei soggetti che consultano tali materiali, il quale deve essere considerato un intermediario ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29.

b) Quanto al secondo quesito, la CGE ha ricordato che, ai sensi del considerando 59 della direttiva 2001/29, le modalità delle ingiunzioni che gli Stati membri devono prevedere ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva, rientrano nel diritto nazionale e che le norme nazionali devono rispettare i limiti derivanti dalla direttiva 2001/29 contemperando i diritti di volta in volta interessati. Il caso in esame coinvolge, in primo luogo, i diritti d’autore e i diritti connessi, in secondo luogo, la libertà d’impresa di cui godono gli operatori economici (quali i provider di accesso ad Internet) e, infine, la libertà d’informazione degli utenti di Internet. Ciò detto, le misure adottate dal destinatario di un’ingiunzione come quella oggetto di ricorso, devono essere sufficientemente efficaci per impedire o, almeno, di rendere difficilmente realizzabili le consultazioni non autorizzate dei materiali protetti. Sebbene le misure adottate in esecuzione di un’ingiunzione, possano non essere totalmente  idonee a condurre alla cessazione completa delle violazioni arrecate al diritto di proprietà intellettuale, esse non possono essere considerate incompatibili con l’esigenza di trovare un giusto bilanciamento, conformemente all’articolo 52, paragrafo 1, della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, tra tutti i diritti fondamentali applicabili. Secondo la Corte, in conclusione, i diritti fondamentali riconosciuti dal diritto dell’Unione devono essere interpretati nel senso che non ostano a che sia vietato, con un’ingiunzione pronunciata da un giudice, a un fornitore di accesso ad Internet, ai suoi abbonati l’accesso ad un sito Internet che metta in rete materiali protetti senza il consenso dei titolari dei diritti, qualora tale ingiunzione non specifichi quali misure tale fornitore d’accesso deve adottare e quest’ultimo possa evitare sanzioni per la violazione di tale ingiunzione dimostrando di avere adottato tutte le misure ragionevoli, a condizione tuttavia che, da un lato, le misure adottate privino inutilmente gli utenti di Internet della possibilità di accedere in modo lecito alle informazioni disponibili e, dall’altro, che tali misure abbiano l’effetto di impedire o, almeno, di rendere difficilmente realizzabili le consultazioni non autorizzate dei materiali protetti e di scoraggiare seriamente gli utenti di Internet che ricorrono ai servizi del destinatario di questa stessa ingiunzione dal consultare tali materiali messi a loro disposizione in violazione del diritto di proprietà intellettuale, circostanza che spetta alle autorità e ai giudici nazionali verificare.

Luca Egitto 

Il link alla sentenza:

http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf;jsessionid=9ea7d2dc30d5276c53b0095449f89ae1efe19a78ac64.e34KaxiLc3qMb40Rch0SaxuNbhj0?text=&docid=149924&pageIndex=0&doclang=IT&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid=174499 

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