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California: il termine “Appstore” non è pubblicità ingannevole

autore:

Matteo Gragnani

L’US District Court for the Northern District of California ha respinto la domanda di Apple tesa all’accertamento dell’ingannevolezza dell’uso, da parte di Amazon, del termine “appstore” in relazione alla vendita di applicazioni per dispositivi Android e Kindle Fire (il tablet di Amazon).
US district court.pdf

Commento
A partire dal luglio 2008 Apple ha venduto applications (“apps”) per i suoi dispositivi portatili attraverso il suo servizio “APP STORE”. Contestualmente Apple ha presentato domanda presso l’Ufficio Brevetti e Marchi Americano (USPTO) per registrare il marchio “APP STORE”. Nel Marzo 2011 Amazon, nonostante le diffide ricevute da Apple, ha sviluppato un servizio di software download per dispositivi portatili denominandolo “Amazon Appstore”. Tra le varie domande proposte (contraffazione del marchio, falsa denominazione e descrizione) Apple ha altresì invocato  l’ingannevolezza della pubblicità consistente nell’uso del termine Appstore. In particolare Apple ha sostenuto che, attraverso l’uso del termine “Appstore”, Amazon suggerisce al consumatore che lo store sia associato o sponsorizzato da Apple.
In via sommaria e limitatamente al profilo relativo all’ingannevolezza della pubblicità, la corte californiana ha ritenuto che la diversità dei prodotti offerti da Apple e da Amazon escluda l’inganno ai danni del consumatore; e ciò in ragione del fatto che, mentre l’Appstore di Amazon vende esclusivamente applicazioni destinate a dispositivi  Android o al Kindle Fire, l’APP STORE di Apple commercializza esclusivamente “apps” per dispositivi Apple. Il giudice americano ha preferito concentrare la valutazione dell’ingannevolezza sul contenuto degli stores piuttosto che sul rischio di confondibilità indotto dall’utilizzo di “App” quale segno distintivo. Pertanto, secondo il giudice americano, il mero uso da parte di Amazon del termine “Appstore” quale denominazione di un sito per vedere e comprare “apps” non può ingenerare nel consumatore che accede all’Appstore di Amazon l’aspettativa di trovare un contenuto identico a quello dell’APP STORE di Apple.
Viene tuttavia da chiedersi se il medesimo caso in Italia sarebbe stato risolto nello stesso modo. Da noi, infatti, l’utilizzazione del segno distintivo altrui viene valutata severamente e a prescindere dalla diversità dei contenuti offerti. Tale pratica è di norma ricondotta alla disciplina sulla contraffazione del marchio ed alla concorrenza sleale, ma potrebbe essere considerata illecita anche sotto il profilo della pubblicità ingannevole. Peraltro in Europa, un ulteriore profilo di illiceità, potrebbe derivare dalla disciplina della Direttiva comunitaria 2005/29 che considera quale pratica commerciale ingannevole ogni utilizzo di segni distintivi altrui capace di ingenerare confusione con i marchi di un concorrente.
Il giudizio americano proseguirà nella verifica degli altri profili di illiceità sollevati da Apple ed in particolare nella verifica dell’eventuale contraffazione del marchio. Sarà interessante osservare con quale sensibilità la corte affronterà il nuovo tema, posto che l’impiego di marchi o di parti di marchi altrui a fini descrittivi dei prodotti offerti in vendita è sempre più diffusa e, trovando particolare sviluppo nel mondo digitale, pone problemi di tutela a livello mondiale.
(M.G.)

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