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Se vuoi essere grande fratello, devi pagare

Qualcosa sta cambiando nell’approccio giuridico e culturale degli americani sui temi della Privacy? Si direbbe di sì…senza troppe illusioni comunque! Sono reduce da una interessantissima conferenza tenutasi a Boston, al Massachusetts Institute of Technology (il mitico… MIT di Harvard, a Cambridge, Boston!)su un tema di grande attualità costituito dal Big Data: quanto potrebbe condizionare il futuro della  gestione del business internazionale lo sviluppo tecnologico della grande banca mondiale delle informazioni e dei dati personali di ciascuno di noi? Secondi i luminari del Mit moltissimo. Potrebbe essere la rivoluzione del terzo Millennio!! Da qui il titolo della conferenza  il cui contenuto era già stato anticipato nello scorso mese di Ottobre da uno studio pubblicato sul The Harvard Business Review: “Big Data,The Management Revolution”.

Presentando i lavori, il capo progetto del Center for Digital Business, Andrew McAfee, ha pomposamente definito il Big Data come “il prossimo grande capitolo nella storia del nostro business”. Secondo Erik Brynjolfsson, coautore dello studio citato, il Big Data ci costringerà a rivedere idee, categorie concettuali, aspetti organizzativi …in altre parole, la way of thinking del nostro modo di vivere attuale. Uno studio della MCKinsey  prevede che gli Stati Uniti avranno bisogno nel breve termine di almeno150.000/200.000 lavoratori specializzati in questa materia e che nasceranno almeno 1.500.000 di nuovi managers specializzati in questo campo. Tutti gli strumenti operativi nel web apriranno le proprie porte alla misurazione e al monitoraggio dei movimenti dei consumatori, registrandoli e selezionandoli come mai prima d’ora. È stato fatto l’esempio di Facebook: ognuno di noi può mettere i suoi dati nel proprio profilo della propria pagina. Il software di Facebook registrerà i tuoi clicks e le tue ricerche o scelte di acquisto. Un algoritmo, appositamente studiato, a quel punto, ti sottoporrà una serie di consigli per gli acquisti modellati sul tuo percorso storico. Attraverso particolari e sofisticati algoritmi lavorati su moderni PC si potranno prevedere i  comportamenti delle persone di tutti i tipi: dallo shopping alle passioni politiche. Secondo i ricercatori americani il risultato sarà quello di vivere in una società più smart con aziende più efficienti, consumatori meglio serviti e decisioni assunte in base a informazioni e analisi più precise  e accurate. Uno scenario fantascientifico per certi versi stimolante per altri angosciante e preoccupante .La registrazione e l’utilizzo di tutti i nostri dati personali, non controllata e non sottoposta a nessun regolamento potrebbe, certo, da un lato migliorare le decisioni che ciascuno di noi deve assumere nel suo ambito professionale o imprenditoriale, ma anche, dall’altro, portare all’espropriazione totale della nostra privacy, della nostra volontà di voler far sapere “i fatti nostri”, le nostre questioni private a tutta la comunità degli essere umani conosciuti o, peggio, sconosciuti. Non ho dubbi, personalmente, che questo trend sia inarrestabile, “figlio” di un progresso tecnologico difficilmente incapsulabile dentro rigide e, forse, obsolete regole del gioco. Ma da qui a diventare un irrazionale suddito del progresso solo perché esso rappresenta ….il progresso e quindi è, per definizione, positivo, faccio fatica e mi allarmo. Ho già scritto altre volte su questo tema che la comunità internazionale si dovrebbe imporre uno “stop” metodologico per riflettere, senza troppi condizionamenti lobbistici, su dove stiamo andando e su come sia gestibile una grande opportunità come quella del Big Data senza con ciò rischiare di ritornare al Far West dei diritti alla propria Privacy. Ho ben presente nella mia mente il ritornello di quella canzone di qualche anno fa che diceva “ per quest’anno non cambiare stessa spiaggia stesso mare…”  e che sintetizzava brillantemente una  naturale tendenza degli esseri umani a ritornare nei posti dove si sono trovati bene. Dove sono stati felici o dove hanno trovato prodotti o servizi adeguati ai loro bisogni. Con ciò non intendo aderire passivamente ad un bombardamento di offerte di acquisto di quelle cose che in passato ho comprato e di cui sono stato probabilmente soddisfatto. Voglio poter scegliere, anche di essere destinatario di offerte legate alle mie scelte di acquisto passate, ma anche di dire di no, di poter decidere di non partecipare alla grande abbuffata informatica e consumistica del Big Data.
E poi…e poi mi viene in mente un aspetto della vicenda che non ho ancora letto sui giornali o sulle riviste specializzate. Se i miei dati, le informazioni che riguardano le mie passioni, i miei gusti, le mie tendenze all’acquisto sono così importanti e ambite dalle aziende produttrici di beni e servizi, significa che hanno un valore di scambio. Vuol dire che chi le possiede, supponiamo anche in modo lecito, ha in mano un valore competitivo non banale rispetto ai concorrenti che non le hanno. Se così fosse, la mia proposta è semplice ed immediata: me le paghino! Mi riconoscano il valore del mio patrimonio informativo e mi liquidino un importo che sia equo rispetto al vantaggio che io offro trasferendo loro tale uso. In caso contrario sia che io decida di non venderli sia che non mi accordi sul corrispettivo, nessuno potrà impossessarsene, nessuno potrà avvantaggiarsene. La cultura giuridica mondiale ha elaborato e consolidato nei secoli il diritto di ogni individuo al proprio nome e alla propria immagine, offrendo strumenti legali di protezione contro la violazione degli stessi. Che differenza c’è con il diritto esclusivo all’utilizzo dei propri dati? Mi sembra proprio nessuna. Se un’azienda vuole usare il mio nome o la mia faccia per pubblicizzare i suoi prodotti deve avere il mio consenso, pagandomi, se lo ritiene un compenso da negoziare. Non vuole pagarmi nulla…..non usa i miei “segni distintivi”.Molto semplice, molto lineare. Cosa ci impedisce, come comunità di giuristi, di riconoscere che il diritto all’utilizzo dei propri dati personali è identico a quello al nome o all’immagine? Uno scarto culturale nuovo e adatto a questo straordinario sviluppo della tecnologia che, sarà anche una vera e propria rivoluzione intelligente ,come affermano i “guru” del Mit, ma non capisco perché debba vedere il singolo individuo come vittima passiva e sfruttata  dello scenario. Invece di lottare quotidianamente sullo schema dell’opt-in o dell’opt-out in materia di gestione della Privacy, non sarebbe meglio tagliare la testa al toro e lasciare, dentro una  cornice normativa contro truffe e reati di natura penale, ai singoli individui la facoltà/diritto di trattare al meglio la vendita o comunque l’utilizzo dei propri dati personali come qualunque bene di proprietà esclusiva?  

L’ultimo libro di Eli Pariser, “The Filter Bubble: what the Internet is hiding from you.”, affronta una parte di queste preoccupazioni, dando vita a inquietanti suggestioni sul futuro che ci aspetta. Non arrendiamoci alla tecnologia o, peggio, all’industria che vorrebbe manipolare il nostro futuro. Riprendiamoci in mano i nostri diritti e facciamoli valere nelle sedi competenti. Condivido il giudizio del professor Stefano Rodotà, uno specialista della materia, secondo cui Internet è” il più grande spazio pubblico della storia dell’umanità”. Ma non per questo i singoli abitanti di tale spazio devono rinunciare ai loro diritti inalienabili e non disponibili. “I don’t worship the machine” ha detto, concludendo il suo intervento a i lavori della conferenza al Mit, Raquel Schutt,senior statistician di Google Research e la mia risposta è stata “Me too!!!”

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto è il Senior Partner di R&P Legal. Ha svolto la sua attività professionale su tutto il territorio nazionale, specializzandosi in materia di diritto industriale, societario e commerciale.

Website: www.replegal.it/it/cerca-i-professionisti/130-riccardo-rossotto.html

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