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Data Retention incompatibile con la Carta dei Diritti

Secondo l'avvocato generale, Pedro Cruz Villalón, la direttiva europea 2006/24/EC (c.d. Direttiva “Frattini”) viola il diritto fondamentale dei cittadini alla privacy, stabilendo l'obbligo in capo ai fornitori di telefonia o servizi di comunicazione elettronica di raccogliere e conservare i dati di traffico e localizzazione per tali comunicazioni. 

Corte di Giustizia dell’Unione Europea – Opinione dell’Avvocato Generale nel caso promosso da Digital Rights Ireland (C 239-12) e in quello promosso da Seitlinger (C 594-12).

 Il parere espresso dall’Avvocato Generale Pedro Cruz Villalón è stato emesso a seguito di due domande di pronuncia pregiudiziale, effettuate rispettivamente dalla Corte costituzionale austriaca (Verfassungsgerichtshof) e dalla Suprema Corte Irlandese (High Court).

Il Verfassungsgerichtshof doveva decidere su un ricorso promosso dal signor Michael Seitlinger e 11.130 ricorrenti che hanno sostenuto che la legge austriaca sulla data retention[1] fosse in contrasto con la costituzione austriaca. Allo stesso modo, l’High Court irlandese doveva decidere su un caso promosso da una società irlandese (Digital Rights Ireland Ltd) che tutela i diritti civili e i diritti fondamentali dell’individuo.  Nel nostro caso, la Digital Right Ireland ha affermato di essere la proprietaria di un telefono cellulare ed ha sostenuto che le autorità irlandesi avevano, in violazione di legge, mantenuto ed esercitato il controllo su dati relativi alle sue comunicazioni.

L’Avvocato Generale ha analizzato due possibili profili di illegittimità della normativa. Il primo riguarda la violazione dei diritti fondamentali per quanto attiene le modalità di acquisizione e la gestione dei dati di traffico, mentre il secondo riguarda il periodo di conservazione degli stessi dati a carico del Provider.

Per quanto riguarda il primo profilo, la Direttiva, a parere dell’Avvocato Generale, non regola né l’accesso ai dati raccolti e conservati, né il loro successivo utilizzo, assegnando il compito agli Stati membri di definire e stabilire tali garanzie. Di conseguenza, essa non rispetterebbe i diritti fondamentali dell’individuo, in quanto qualsiasi tipo di limitazione all'esercizio di un diritto fondamentale deve essere previsto dalla legge.

Sotto il secondo profilo, l'avvocato generale Cruz Villálon rileva che la direttiva sulla conservazione dei dati è incompatibile con il principio di proporzionalità, in quanto richiede agli Stati membri di garantire che i dati vengano conservati per un periodo in cui il limite massimo è fissato a due anni. Il risultato è stato che, tra i ventidue Paesi che hanno recepito la direttiva, dodici hanno scelto un periodo di conservazione di dodici mesi, sei hanno superato tale periodo, mentre i restanti quattro hanno deciso un periodo inferiore.

Alla luce di tali disparità, l'avvocato generale, nelle varie questioni presentate alla Corte di Giustizia che difendevano la proporzionalità del periodo di conservazione dei dati, ha ritenuto corretto che gli Stati membri conservino i dati per un periodo inferiore ad un anno.

Per quanto riguarda gli effetti temporali dell'accertamento dell’invalidità di una Direttiva, l'Avvocato Generale, dopo aver soppesato i vari interessi concorrenti, ha proposto che gli effetti dell'accertamento dell’invalidità di una Direttiva debbano essere sospesi in attesa dell’adozione, da  parte del legislatore EU, delle misure necessarie per porre rimedio a queste invalidità, purché tali misure siano adottate entro un termine ragionevole.

In attesa della decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europa, la disamina offerta dall’Avvocato Generale è sicuramente un ottimo punto di partenza per raggiungere un compromesso tra l’esigenza di salvaguardare la sicurezza dello Stato e quella di tutelare la protezione dei dati personali dei cittadini europei. Tuttavia, nell’ottica della possibile revisione della Direttiva sulla data retention, ritengo che sia prioritario concentrarsi su due ulteriori aree.

La prima, parzialmente affrontata dall’Avvocato Generale, è quella che riguarda le modalità procedurali di effettuazione della richiesta. Se, infatti, tutti gli Stati membri prevedessero come condizione necessaria e sufficiente alla concessione dei dati di traffico il vaglio di un Giudice e non quello di un Pubblico Ministero o, in alcuni casi, della Polizia Giudiziaria, sarebbe possibile assicurare che informazioni potenzialmente lesive dei diritti fondamentali dell’individuo siano considerate e conseguentemente disciplinate con le stesse garanzie previste in molti degli Stati membri per l’ottenimento delle intercettazioni telefoniche e telematiche.

La seconda riguarda la necessità di limitare, almeno a livello nazionale, l’ambito di applicazione della direttiva con particolare riferimento ai c.d. reati di opinione che, salvo casi estremi, difficilmente possono essere considerati “reati gravi”. Va ricordato, infatti, che la direttiva aveva, forse con poca chiarezza, stabilito di limitare l’accesso ai dati di traffico solo per i c.d. “serious crime”. Se tale principio venisse messo in pratica in modo più deciso, si potrebbe ridurre il numero delle richieste di accesso ai dati di traffico effettuati dagli internet service provider con beneficio non solo di questi ultimi, ma anche delle Forze dell’Ordine, le quali potrebbero avere più tempo per dedicarsi a indagini aventi ad oggetto “reati gravi”.



[1] Per data retention si intende la conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico per finalità che possono essere imposte dalla legge o da esigenze tecniche (sicurezza informatica) o imprenditoriali (dati di fatturazione).

Giuseppe Vaciago

Avvocato esperto in diritto penale societario e delle nuove tecnologie. 

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