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Maria Grazia Passerini

Maria Grazia Passerini

Si occupa prevalentemente di diritto civile, in particolare, di diritto di famiglia e recupero crediti.

Website URL: http://www.replegal.it/it/professionisti/tutti-i-collaboratori/207-maria-grazia-passerini.html

Le spese della madre per una nuova abitazione vanno considerate nella determinazione del contributo al mantenimento

Se la madre, che ha lasciato la casa familiare, sostiene spese di affitto per una nuova abitazione, il giudice deve tenerne conto nello stabilire l’ammontare del contributo al mantenimento per il figlio minore a carico del padre. Questo è quanto chiarito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 24821, pubblicata il 5 dicembre 2016. La doglianza del padre ricorrente, secondo il quale il contributo al mantenimento del minore non può essere integrato con una quota delle spese che la madre deve sostenere per la propria abitazione, non ha trovato accoglimento. Secondo la Corte, il debito gravante sulla madre va tenuto nella debita considerazione in conformità a quanto previsto dall’art. 337 ter, comma IV, c.c.: ciascun genitore deve provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, tenuto conto, tra l’altro, delle risorse economiche di entrambi i genitori.

In caso di rapporto simbiotico con la madre, il figlio viene collocato presso il padre

Anche se il minore, figlio di genitori separati, ha espresso il desiderio di stare con la madre, la Corte di Cassazione, con la sentenza 23324/2016, ha ritenuto corretto il suo collocamento prevalente presso il padre. Il rapporto “quasi simbiotico e di eccessiva dipendenza” dalla madre rischia di danneggiare l’equilibrato sviluppo del minore. Per tale ragione, è fondamentale il rafforzamento del rapporto con il padre e non è di ostacolo neppure il trasferimento del padre in altra città.

ISTAT divorzi in aumento: +57% nel 2015

194.377 è il numero dei matrimoni celebrati in Italia e ben 82.469 sono stati i divorzi. Questi i dati rilevati dall’ISTAT per l’anno 2015. L’aumento dei divorzi è particolarmente sensibile se si considera che nel 2014 erano stati 52.355. La notevole variazione trova due spiegazioni: l’introduzione di procedure semplificate, più rapide e meno onerose rispetto all’iter giudiziario (negoziazione assistita da avvocati; procedura presso gli Uffici di Stato Civile), ma, soprattutto, l’introduzione della legge sul c.d. ‘divorzio breve’.

La storica attesa di tre anni tra separazione e divorzio è stata, infatti, modificata dalla L. 55/2015, che ha ridotto i tempi di attesa tra separazione e divorzio da tre anni a dodici mesi, in caso di separazione giudiziale, e a sei mesi, in caso di consensuale. Ciò ha comportato un’anticipazione di molti divorzi per i quali non erano ancora decorsi i tre anni.

Asta giudiziaria: è onere dell’interessato all’acquisto dell’immobile esaminare la perizia

Con la sentenza n. 21480/2016, la Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di una vendita all’asta ove non era stata indicata - nell’ordinanza di vendita emessa dal Giudice dell’esecuzione e neppure nella relativa pubblicità - l’esistenza di una sentenza di condanna del debitore a demolire parte dell’immobile subastato. L’aggiudicatario dell’immobile chiedeva, quindi, la restituzione della cauzione versata e ometteva il versamento del saldo. Secondo la Corte, la posizione dell’aggiudicatario non può essere condivisa in quanto “non tutte le circostanze rilevanti ai fini della precisa individuazione delle caratteristiche del bene offerto in vendita (…) devono essere dettagliatamente esposte nell’ordinanza di vendita e indicate nella relativa pubblicità, purchè esse siano comunque ricavabili dall’esame della relazione di stima  e del fascicolo processuale, che è onere (e diritto) degli interessati all’acquisto consultare prima di avanzare offerte”.

Dichiarata incostituzionale l’attribuzione automatica del cognome del padre

La Corte Costituzionale ha accolto, con una decisione storica, la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte d’Appello di Genova sul cognome del figlio, dichiarando “l’illegittimità della norma che prevede l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, in presenza di una diversa volontà dei genitori”. Questo è quanto si legge nel comunicato stampa con cui la Corte ha reso nota ufficialmente la propria decisione, in attesa del deposito delle motivazioni a fondamento della pronuncia.

La pensione di reversibilità non spetta al convivente more uxorio

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22318 del 3 novembre 2016, ripercorrendo la normativa e la giurisprudenza nazionale ed europea, ha stabilito che al convivente more uxorio non spetta l’assegno di reversibilità, contrariamente a quanto riconosciuto all’ex coniuge.  Il convivente di fatto, spiega la Corte, non è incluso, per legge, tra i soggetti che possono beneficiare del trattamento pensionistico di reversibilità e ciò sebbene la convivenza avesse assunto il carattere della stabilità e della certezza. Il trattamento pensionistico di reversibilità, infatti, trova la sua giustificazione in un preesistente rapporto giuridico che sussiste in caso vincolo coniugale e che manca, invece, nel caso di mera convivenza. Secondo la Corte “la diversità delle situazioni poste a raffronto giustifica una differenziata disciplina delle stesse”.

Il rispetto del diritto di vista del padre: la pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

La Corte Europea si è pronunciata sul ricorso presentato da un padre al quale era stato impedito il corretto esercizio del diritto di vista del figlio. Secondo la Corte, i Giudici italiani non hanno dato prova della diligenza che il caso richiedeva, omettendo di adottare le misure adeguate per creare le condizioni necessarie alla piena realizzazione del diritto di visita. In particolare, “hanno tollerato per circa quattro anni che la madre, con il suo comportamento, impedisse l’instaurarsi di una vera relazione tra il ricorrente e suo figlio.” La condotta dei Giudici, secondo la Corte, viola l’art. 8 della CEDU, secondo il quale “ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare”; sull’autorità pubblica grava un obbligo di non ingerenza nell’esercizio di tale diritto, ma anche un obbligo ‘positivo’ in relazione al rispetto effettivo della vita privata e familiare. Le autorità nazionali avrebbero dovuto adottare tutte le misure ragionevolmente necessarie per mantenere i legami tra il padre ricorrente e il figlio.

Madre condannata a versare euro 150,00 ogni volta che ostacola gli incontri tra le figlie e il padre

Secondo il Tribunale di Roma, per porre un freno alla condotta ostativa della madre, è necessaria la sua condanna, ai sensi dell’art. 614 bis c.p.c., al versamento a favore del padre di euro 150,00 per ogni inadempimento alle prescrizioni dettate dal Tribunale e dai Servizi Sociali affidatari delle minori. In corso di causa, i Servizi Sociali avevano evidenziato come gli incontri tra padre e figlie si fossero svolti con estrema difficoltà a causa degli ostacoli frapposti dalla madre, finalizzati in modo evidente ad escludere il padre dalla vita delle minori. La condotta di totale discredito verso il padre aveva condizionato le figlie al punto da influenzarle e confonderle psicologicamente in modo grave.

Sezioni Unite 17989/2016: obbligazioni pecuniarie da adempiere al domicilio del creditore

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno risolto il contrasto esistente tra due diversi orientamenti giurisprudenziali, stabilendo in quale modo debba essere inteso il requisito della “liquidità” dell’obbligazione pecuniaria. Infatti, non vi è dubbio che ai fini dell’applicazione dell’art. 1182, comma III, c.c., l’obbligazione pecuniaria da adempiersi presso il domicilio del creditore debba essere liquida. Ma, secondo la Corte, affinchè sussista la liquidità, la somma dovuta deve risultare dal titolo originario oppure deve poter essere determinata inequivocabilmente con un semplice calcolo aritmetico, sempre sulla base del titolo originario e secondo ‘criteri stringenti’. Il presupposto della liquidità dovrà essere verificato dal Giudice ai fini della corretta individuazione della competenza territoriale, ai sensi dell’art. 20 c.p.c..

Deve essere rispettata la volontà della figlia minore di non voler incontrare il padre.

Secondo la Corte di Cassazione deve essere tenuta in considerazione la chiara indisponibilità della minore ad un progetto di riavvicinamento con il padre, da tempo divorziato dalla madre.

La figlia quindicenne, infatti, aveva chiaramente espresso di essersi sentita “ferita dalla poca attenzione dedicatale dal padre che, in questi anni, si è limitato a mandarle alcuni sms e a farle sporadiche telefonate” ritenendo, altresì, in modo lucido, che un riavvicinamento con il padre potesse avvenire solamente “su basi spontanee e non perché dettato da tribunali e servizi sociali” quale dimostrazione di un “interesse sincero” nei suoi confronti.

Secondo la Suprema Corte, in presenza di un tale contesto, non possono essere forzati gli incontri con il padre che restano, pertanto, interrotti, in un’ottica di forte valorizzazione della capacità di autodeterminazione della minore e di effettiva tutela del suo interesse.

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