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Il rispetto del diritto di vista del padre: la pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

La Corte Europea si è pronunciata sul ricorso presentato da un padre al quale era stato impedito il corretto esercizio del diritto di vista del figlio. Secondo la Corte, i Giudici italiani non hanno dato prova della diligenza che il caso richiedeva, omettendo di adottare le misure adeguate per creare le condizioni necessarie alla piena realizzazione del diritto di visita. In particolare, “hanno tollerato per circa quattro anni che la madre, con il suo comportamento, impedisse l’instaurarsi di una vera relazione tra il ricorrente e suo figlio.” La condotta dei Giudici, secondo la Corte, viola l’art. 8 della CEDU, secondo il quale “ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare”; sull’autorità pubblica grava un obbligo di non ingerenza nell’esercizio di tale diritto, ma anche un obbligo ‘positivo’ in relazione al rispetto effettivo della vita privata e familiare. Le autorità nazionali avrebbero dovuto adottare tutte le misure ragionevolmente necessarie per mantenere i legami tra il padre ricorrente e il figlio.

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Deve essere rispettata la volontà della figlia minore di non voler incontrare il padre.

Secondo la Corte di Cassazione deve essere tenuta in considerazione la chiara indisponibilità della minore ad un progetto di riavvicinamento con il padre, da tempo divorziato dalla madre.

La figlia quindicenne, infatti, aveva chiaramente espresso di essersi sentita “ferita dalla poca attenzione dedicatale dal padre che, in questi anni, si è limitato a mandarle alcuni sms e a farle sporadiche telefonate” ritenendo, altresì, in modo lucido, che un riavvicinamento con il padre potesse avvenire solamente “su basi spontanee e non perché dettato da tribunali e servizi sociali” quale dimostrazione di un “interesse sincero” nei suoi confronti.

Secondo la Suprema Corte, in presenza di un tale contesto, non possono essere forzati gli incontri con il padre che restano, pertanto, interrotti, in un’ottica di forte valorizzazione della capacità di autodeterminazione della minore e di effettiva tutela del suo interesse.

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Riduzione del contributo al mantenimento se l’ex coniuge costituisce una nuova famiglia

La formazione di un nuovo nucleo familiare da parte dell’ex coniuge e la nascita di figli dal nuovo partner non determinano il venire meno dei doveri genitoriali nei confronti dei figli nati dal primo matrimonio, ma comportano l’insorgere di nuovi oneri economici a cui far fronte. E’ pacifico, infatti, che la formazione di una nuova famiglia - espressione di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione e dall’ordinamento sovranazionale – rappresenta una circostanza sopravvenuta idonea a causare una riduzione del contributo al mantenimento dei figli nati dalla prima unione. Il giudice dovrà valutare, in concreto, se sussistono le condizioni per ridurre il contributo al mantenimento spettante ai figli nati in precedenza, rispetto a quanto determinato nella separazione o nel divorzio.

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Relazione extraconiugale preesistente all’allontanamento dalla casa coniugale: addebito

L’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale, se provata, fa presumere che sia stata causa della rottura coniugale.  Ne consegue che la parte che l’ha dimostrata in giudizio non deve fornire alcuna altra prova; al contrario, l’altro coniuge deve provare che la crisi matrimoniale era preesistente rispetto all’accertata infedeltà. Solo in tal caso, sarà escluso l’addebito a suo carico.

Nel caso di specie, poiché è risultato pacifico che la relazione extraconiugale fosse già in corso prima dell’allontanamento del marito dalla casa coniugale e poiché da quest’ultimo non è stata offerta nessuna ulteriore prova, si è presunto che l’infedeltà fosse stata la causa dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, con conseguente addebito a carico del marito.

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Assegnazione parziale della casa coniugale

Il giudice della separazione può disporre l’assegnazione parziale della casa coniugale al genitore presso il quale sono collocati i figli minori. Ciò è possibile nel caso in cui sia stato accertato che tra i coniugi vi è un “lieve grado di conflittualità”. In tal caso, il genitore non collocatario potrà, a sua volta, vedersi assegnata la restante parte di casa coniugale, ove continuare ad abitare. In ogni caso, secondo la Corte di Cassazione, tale soluzione è percorribile a condizione che “agevoli in concreto la condivisione della genitorialità e la conservazione dell’habitat domestico dei figli minori”, a garanzia della tutela del superiore benessere del minore.

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Tradimento pubblico su facebook: addebito della separazione

Deve essere pronunciata la separazione con addebito a carico del marito che ha manifestato pubblicamente su facebook il proprio legame sentimentale con una donna diversa dalla moglie. La pubblica dichiarazione d’amore è un’offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge e costituisce una violazione del dovere di fedeltà coniugale. Nel caso di specie, la moglie ha provato sia documentalmente (con foto) sia tramite testimoni l’instaurazione, nel corso del matrimonio, della relazione extraconiugale del marito, ostentata sul social network. Risulta, pertanto, assolto l’onere di provare sia la contrarietà del comportamento ai doveri che derivano dal matrimonio, sia l’impossibilità di prosecuzione della vita matrimoniale a causa di tali comportamenti.

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Lettere di scuse ed autocritica sulla fine del matrimonio: non rilevano ai fini dell’addebito

Che valore può rivestire in giudizio l’autocritica compiuta dal coniuge sulla fine del rapporto coniugale? La Corte di Cassazione, nuovamente chiamata a pronunciarsi sulle condizioni per disporre l’addebito della separazione, chiarisce che, sebbene il coniuge, con lettere scritte indirizzate all’altro, si sia attribuito la responsabilità della fine del matrimonio, ciò non è vincolante per il Giudice. Infatti, è il Tribunale che può stabilire se il coniuge sia effettivamente venuto meno ai doveri nascenti dal vincolo coniugale e se ciò abbia determinato l’impossibilità di prosecuzione della vita matrimoniale. Le lettere di scuse, semmai, possono essere mera espressione “di una libertà fondamentale quale quella di autodeterminarsi nella conduzione della propria vita familiare e personale” caratterizzata per tutti da “luci ed ombre”.

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Inopponibilità al creditore ipotecario del provvedimento di assegnazione della casa coniugale

Il provvedimento con il quale, nell’ambito dei giudizi di separazione o divorzio, viene assegnata la casa coniugale ad un coniuge, non può in nessun caso pregiudicare i terzi che abbiano acquistato diritti sull’immobile sulla base di un atto iscritto o trascritto anteriormente. Pertanto, l’iscrizione ipotecaria della banca che ha erogato il mutuo prevale rispetto all’assegnazione della casa coniugale: a nulla rileva il fatto che l’assegnazione sia stata trascritta prima del pignoramento. E’ diritto della banca creditrice agire esecutivamente per la vendita forzata dell’immobile pignorato con conseguente liberazione dell’immobile da parte del coniuge assegnatario.

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Diritto del minore alla bigenitorialità: il giudice deve accertare l’esistenza di comportamenti volti all’allontanamento del figlio dall’altro genitore

Il giudice è tenuto a verificare, anche tramite presunzioni, se sussistono da parte del genitore collocatario comportamenti di allontanamento morale e materiale del figlio dall’altro genitore, sintomi dell’esistenza di una PAS (sindrome di alienazione parentale). Così ha stabilito la Corte di Cassazione con un’importante pronuncia: “Non può esservi dubbio che tra i requisiti di idoneità genitoriale, ai fini dell’affidamento o anche del collocamento di un figlio minore presso uno dei genitori, rilevi la capacità di questi di riconoscere le esigenze affettive del figlio, che si individuano anche nella capacità di preservargli la continuità delle relazioni parentali attraverso il mantenimento della trama familiare, al di là di egoistiche considerazioni di rivalsa sull’altro genitore”

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Abbandono della casa coniugale: nessun addebito in caso di accesa conflittualità tra i coniugi

I continui litigi tra i coniugi, tali da determinare una situazione di conflitto permanente, possono essere indicativi dell’impossibilità di mantenere una comunione spirituale e materiale nella coppia. Secondo la Corte di Cassazione, che si pronuncia nuovamente sui presupposti dell’addebito della separazione, l’allontanamento della moglie dalla casa coniugale a seguito dell’ennesimo litigio domestico, non  può essere motivo di addebito perché giustificato da una condizione di rottura del rapporto ormai definitiva.

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