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Il rapporto amministratore-società non è regolabile da un contratto

La Cassazione si è pronunciata a Sezioni Unite per ribaltare il proprio precedente orientamento, risalente al 1994, ed affermare che, data la natura organica del rapporto tra amministratore e società, il relativo rapporto non può essere di natura contrattuale. In particolare, secondo la Suprema Corte, i poteri gestori degli amministratori di una S.p.A. derivano direttamente dalla legge e non sono limitabili né contrattualmente né dall’assemblea dei soci. Da tale principio, derivano alcune conseguenze giuridiche molto rilevanti, tra cui la pignorabilità per intero del compenso dell’amministrazione (senza la limitazione del quinto prevista per dipendenti e parasubordinati) e la competenza del tribunale delle imprese per ogni controversia che riguarda il rapporto tra amministratori e società. La sentenza citata osserva come rimanga salva la compatibilità giuridica tra le funzioni del lavoratore dipendente e quelle di amministratore di una società, la cui sussistenza deve essere verificata in concreto: ad esempio, nei gruppi societari di grandi dimensioni con più società operative, dove un dirigente svolga – tra le proprie mansioni – anche l’incarico di amministratore di una o più di tali società.

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Corte di Cassazione: inderogabilità unilaterale del foro del consumatore

autore:

Chiara Araldi

Con sentenza dell’8 febbraio 2012, la Corte di Cassazione assume una posizione innovativa su un tema fondamentale nell’ambito del diritto dei consumatori: l’inderogabilità del foro del consumatore, sancita dall’art. 63 del D. Lgs. 206/2005 (“Codice del Consumo”), per i contratti a distanza e quelli negoziati fuori dei locali commerciali. Il Tribunale di Milano, adito in prima istanza, aveva dichiarato la propria incompetenza a decidere su una causa promossa da diversi consumatori, nessuno dei quali residente a Milano: e ciò sulla base dell’assunto che la lettera e la ragione dell’art. 63 del Codice del Consumo, nel quale è prevista, quale competenza territoriale inderogabile, quella del giudice del luogo nel quale il consumatore ha la propria residenza o domicilio, non ammettono una interpretazione tale da consentire a nessuna delle parti di derogare a tale competenza, neppure al consumatore stesso.
Diversamente, la Suprema Corte, ha ritenuto che tale disposizione di legge preveda l’inderogabilità del foro del consumatore unicamente per il professionista, dal momento che la funzione stessa della norma è indubbiamente quella di tutelare la posizione debole del consumatore rispetto a quella del professionista, e, conseguentemente, essa non può essere interpretata in senso a lui sfavorevole: laddove il consumatore ravvisi maggiormente rispondente al proprio interesse non avvalersi del foro del consumatore, gli deve essere consentito derogarvi, anche unilateralmente, adendo un giudice territorialmente competente in base ai criteri di competenza stabiliti dagli articoli 18, 19 e 20 del codice di procedura civile, ovvero adendo un diverso giudice indicato nel contratto concluso con il professionista.
Infine, secondo la Corte, non è ravvisabile un interesse pubblico che suffraghi l’ipotesi di applicazione letterale dell’art. 63 del Codice del Consumo anche a svantaggio, e cioè in pregiudizio, dell’interesse del consumatore medesimo.
Pertanto, il consumatore può adire “un giudice diverso da quello del luogo della propria residenza senza che tale giudice possa dichiarare la propria incompetenza, anche a svantaggio del consumatore medesimo”.
Cass.Civ.Sez. VI. 8 febbraio 2012 n. pdf

Commento
La sentenza in esame, dalla portata fortemente innovativa, si pone in contrasto rispetto alla pregressa e costante interpretazione giurisprudenziale in relazione all’art. 63 del Codice del Consumo, che aveva considerato la natura inderogabile del foro del consumatore come ulteriore motivo di tutela del contraente debole. La previsione di cui all’art. 63 del Codice del Consumo si riferisce alle ipotesi di contratti in cui il consumatore non ha potuto incontrare direttamente il professionista, e, pertanto, è, in astratto, ancora più esposto al rischio di non poter valutare propriamente le proprie scelte contrattuali: pertanto, il Legislatore correttamente aveva ritenuto di sottrarre l’individuazione della competenza a qualsiasi trattativa individuale.
L’art. 63 costituisce un’eccezione rispetto alla  disciplina in tema di contratti con il consumatore in generale, prevista all’art. 33, comma 2, lettera u) del Codice del Consumo, nel quale si presume vessatoria qualsiasi clausola contrattuale che stabilisca un foro diverso rispetto a quello del consumatore: una clausola contrattuale che deroghi il foro del consumatore, pertanto, rientrerà nella cosiddetta “lista grigia” e spetterà al professionista provare che la stessa sia stata effettivamente oggetto di una trattativa contrattuale ad hoc con il consumatore che l’abbia sottoscritta.
Con la sentenza in analisi, la Corte ha precisato che, per escludere la vessatorietà di una simile clausola non è sufficiente né la previsione di un foro coincidente con uno dei fori legali di cui agli artt. 18 e 20 c.p.c. né la specifica approvazione per iscritto: nel caso in cui non fosse provata la trattativa contrattuale, la clausola vessatoria sarebbe da considerarsi nulla, ai sensi dell’art. 36 del Codice del Consumo; si tratta di una nullità di protezione, operante solamente a vantaggio del consumatore, e che in ogni caso non può andare a discapito del consumatore medesimo. Pertanto, qualora lo ritenga, egli potrà liberamente scegliere un diverso foro, a lui più confacente.
L’argomentazione sopra esposta risulta essere alquanto ermetica. Le condivisibili conclusioni cui giunge la Corte, più che da sottese ragioni processuali, sono in realtà dettate dalla  necessità di attualizzare la prescrizione di cui all’art. 63 rispetto alle mutate condizioni economico/sociali, nonché dalla interpretazione sistematica e funzionale dell’intero sistema speciale costituito dal Codice del Consumo: una interpretazione letterale, infatti, limiterebbe la tutela del consumatore, imponendogli di dover obbligatoriamente adire il giudice del luogo in cui risiede, precludendogli ogni diversa valutazione di carattere anche economico, con il paradossale effetto di agire a suo discapito. Nel caso in esame, ad esempio, i consumatori ricorretti, residenti in differenti città d’Italia, avevano considerato più vantaggioso concentrare la causa davanti al Tribunale di Milano, in modo da garantire da un lato l’uniformità dei giudicati e dall’altro consentendo di beneficiare di un sensibile contenimento dei costi relativi al procedimento, nonché una maggiore celerità ed economia processuale.
Resta ora da attendere una successiva pronuncia in merito, per valutare il verificarsi di una eventuale adesione all’orientamento espresso nella sentenza in esame, o piuttosto la genesi di un conflitto tra diverse sezioni, che dovrà essere risolto in definitiva dalle Sezioni Unite.
(C.A.)

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Le riprese condominiali sono da considerarsi prove legittime

Con la recente sentenza del 7 luglio 2013, n. 28554, la seconda sezione penale della Corte di Cassazione ha ritenuto ammissibili, quali prove in un procedimento penale, le videoregistrazioni eseguite in violazione dei principi posti a tutela della privacy dal d.lgs. 196/2003. 


Con Il provvedimento in oggetto, la Suprema Corte accoglie il ricorso della Procura contro la sentenza del Giudice di Pace di Latina che aveva assolto l’imputato dal delitto di danneggiamento di un’autovettura, ed afferma due importanti principi, destinati a segnare la prevalenza del diritto di difesa sulle disposizioni volte a tutelare i dati personali dei soggetti ripresi.

In primis, secondo l’interpretazione degli ermellini, le videoriprese realizzate da privati cittadini in spazi condominiali (o comunque relativi al domicilio) possono essere acquisite nel processo penale come prova documentale ex art. 234 c.p.p. In secondo luogo, la Cassazione non si limita a ritenere ammissibili le immagini registrate senza gli avvisi e le garanzie riconosciuti solitamente ai titolari dei dati ivi contenuti, ma giustifica tale ammissibilità arrivando a considerare irrilevante che siano state rispettate o meno le istruzioni del Garante per la protezione dei dati personali, poiché la relativa disciplina non costituisce sbarramento all’esercizio dell’azione penale.

Tale decisione, ad una prima lettura, sembra essere in netto contrasto non solo con quanto disposto dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 26795/2006, ma, anche, con l’art. 11, comma 2, d.lgs. 196/2003, che recita, laconicamente, come “I dati personali trattati in violazione della disciplina rilevante in materia di trattamento dei dati personali non possono essere utilizzati”.

Le Sezioni Unite, nella sentenza richiamata, giudicando un caso di videoregistrazioni effettuate irritualmente nel corso di un’indagine penale, avevano liquidato la questione riconoscendo che, a differenza delle riprese visive in luoghi pubblici, le riprese di comportamenti non comunicativi eseguite in ambito domiciliare o comunque privato, siccome eseguite in violazione dell'art. 14 Cost., devono essere considerate “illegittime e processualmente inutilizzabili”, né esse, al fine di ammetterne la legittimità e l'utilizzabilità, possono essere qualificate come "prova atipica" ex art. 189 c.p.p., giacché tale categoria presuppone pur sempre la formazione lecita della prova. Il caso di specie aveva ad oggetto, in particolare, immagini carpite nel domicilio di un indagato mediante installazione abusiva di telecamere ad opera della Polizia Giudiziaria, senza che fossero stati rispettati, ab origine, i principi stessi previsti dal codice di procedura penale.

Nel ribaltare l’orientamento tracciato dalla Corte a Sezioni Unite, tuttavia, i Giudici della Seconda Sezione specificano che il richiamo effettuato dal Giudice di pace alla sentenza n. 26795/2006 sopra richiamata è, nel caso che ci interessa, inconferente, in quanto riferito a captazioni effettuate con strumenti posti in opera dall’autorità giudiziaria e non da privati cittadini nell’ambito di spazi domiciliari.

Il tema della liceità e della utilizzabilità di videoregistrazioni (così come di altri mezzi di prova, ad esempio le email ed i files reperiti su dispositivi informatici) effettuate nell’ambito di procedimenti giudiziari, sia di natura penale che civile, è stato più volte affrontato negli ultimi anni sia dalla Magistratura, che dall’Autorità amministrativa, in relazione tanto a fattispecie afferenti i rapporti di lavoro (nello specifico, il controllo dei dipendenti da parte del datore di lavoro), quanto a episodi di “investigazioni private” condotte in autonomia da chi vuole far valere un diritto o azionare una tutela giudiziaria.

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