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L’ Avv. Riccardo Sciaudone relatore nella tavola rotonda “Trasparenza e big data” all’Università degli Studi Roma Tre

L’Avv. Riccardo Sciaudone, Partner dello Studio R&P Legal, parteciperà in qualità di relatore alla tavola rotonda in tema di “Trasparenza e big data” organizzata dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre, che si terrà il 6 ottobre a partire dalle ore 9.30.

Programma dell'evento

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Big data, cinque inviti per Horizon 2020

Il Programma Horizon 2020 lancia cinque inviti a presentare proposte rivolti al finanziamento di partenariati pubblici e privati sui <<Big data>>.

Le risorse messe a disposizione ammontano complessivamente a 66 milioni di Euro.

I cinque inviti hanno scadenze diverse: quattro sono aperti fino al 12 aprile 2016; mentre il quinto sarà lanciato il prossimo 8 dicembre e sarà aperto fino al 25 aprile 2017.

Il primo invito (ICT-14-2016-2017) è intitolato «Big Data PPP: integrazione e sperimentazioni dei dati infra-settoriali e infra-linguistici».

Il secondo invito (ICT-15-2016-2017) ha ad oggetto «Big Data PPP: azioni pilota su larga scala nei settori che beneficiano dell’innovazione guidata dai dati».

Il terzo invito (ICT-16-2017) «Big data PPP: ricerche sulle principali sfide tecnologiche dell’economia dei dati» finanzia progetti di ricerca e innovazione.
Il quarto invito (ICT-17-2016-2017) è relativo a «Big data PPP: supporto, competenze industriali, benchmarking e valutazione» e sostiene azioni di coordinamento e supporto.

Il quinto invito (ICT-18-2016) «Big data PPP: tecnologie di grandi dati a tutela della privacy» finanzia azioni di ricerca e innovazione.

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L'incapacità di aspettare

L’ultima estate che abbiamo vissuto, chi più chi meno, è stata psicologicamente migliore rispetto a quella dello scorso anno: qualche piccolo spiraglio di ripresa, un po' di voglia di togliersi di dosso le ruggini del pessimismo , ci hanno aiutato a vivere con un minimo di maggior serenità in più la meritata pausa estiva. Eppure...eppure il contesto globale ci ha continuato a fornire elementi forti di criticità politica, sociale ed economica. Dall'angosciante e mal gestito tema dei profughi alla sostanziale distrazione della politica nei riguardi di una necessaria rifondazione del concetto e della governance di questa Europa che non piace più alla maggioranza degli europei; dalla risoluzione, almeno transitoria del piccolo-grande problema greco all'esplosione, forse poi non così transitoria , del grande-piccolo problema della crisi cinese, abbiamo di fronte agli occhi tutta una serie di tematiche che sono state immerse nel frullatore della Rete con una velocità parossistica tale da rallentare, per non dire bloccare, un'analisi più profonda e motivata delle possibili soluzioni ai temi posti. Siamo sempre più di fronte a quello che Bruno Giussani, direttore europeo di Ted, definisce la criticità di internet: l’eccessiva velocità della trasmissione dei dati che invece di diventare un valore è diventata una scure violenta, a volte una condanna, "l'incapacità di aspettare- ha scritto e detto Giussani- É la forza dominante della vita contemporanea...che porta all’indifferenza per la qualità...é il vero male oscuro del secolo breve".
Come reagiamo di fronte a questa sottostimata negatività? Come si attiva il mondo dei nostri contemporanei per innescare rimedi contro una velocità di trasmissione dati che ammazza i valori dell'approfondimento, condiziona i rapporti personali, abbassa il valore del lavoro delle persone? Abbiamo deciso di descrivere , in una breve carrellata , i fatti accaduti negli ultimi mesi per offrire stimoli ai lettori per cercare di darsi risposte più o meno pessimistiche a tali domande.

LA CARTA DEI DIRITTI IN INTERNET
Partiamo con una buona notizia: nello scorso giugno la Commissione Boldrini ha approvato la Dichiarazione dei diritti in Internet. Un lavoro voluto dalla Presidente della Camera che , dopo un anno di lavoro, ha fissato i principi normativi da applicarsi al mondo del web, partendo dalla condivisa presa d'atto che internet ha rivoluzionato e sta rivoluzionando la vita degli esseri umani e quindi ci impone una rivisitazione dei principi filosofici della nostra convivenza. La Dichiarazione (articolata su 14 principi) diventerà una mozione del Parlamento italiano  che il Governo adotterà formalmente. Poi nel prossimo novembre in Brasile il tema diventerà mondiale: in quella sede si cercherà di bloccare la deriva di alcuni stati – Russia e Cina in primis - che cercano di spezzettare internet in un insieme di reti nazionali che ogni Stato può controllare a suo piacimento. Insomma è stato fatto un importante passo in avanti: ci siamo adeguati alle più avanzate normative del mondo ma adesso dobbiamo diventare propulsivi su un grande progetto che miri ad una normativa sovranazionale del web.

DOPO IL BOOM...LO SBOOM?
Le cronache ci hanno portato nelle nostre case due notizie assolutamente impreviste e sorprendenti. Dopo anni di crescita dell'industria digitale, con valutazioni aziendali fuori da qualsiasi logica economico-finanziaria e nonostante l'aumento degli utenti del villaggio globale di internet, due dei campioni più reputati hanno incominciato a dare segni di crisi. Twitter ha perso una gran parte del suo valore accumulato in borsa tornando ai valori della sua prima quotazione. Wikipedia nell'ultimo anno ha registrato un calo del 12% nel totale delle pagine viste nel complesso delle sue oltre 280 edizioni. L'aumento degli accessi da mobile non è stato sufficiente a compensare l'emorragia. Si è registrato anche un preoccupante calo del numero dei contributi dei volontari: la linfa vitale cioè della più nota enciclopedia digitale del mondo (che oggi infatti chiede esplicitamente agli utenti un contributo economico volontario immediato). Cosa sta succedendo? Dopo la bolla iniziano ad emergere i primi segnali di inversione di tendenza? Oppure dopo anni di valutazioni aziendali euforiche e prive di qualsiasi connessione con le profittevolezze delle singole imprese, siamo di fronte ad una prima, sana, scrematura del mercato? Dobbiamo tornare, a nostro avviso, ad un concetto  che avevamo già espresso agli inizi di questo secolo durante la prima bolla di internet: le aziende vanno valutate in base alla loro capacità di creazione di profitto, perché solo così si eviteranno traumatici fallimenti sul mercato. Ogni criterio diverso (numero dei follower; numero di pagine visitate, etc) a breve può arricchire i venditori dell'impresa ma nel lungo periodo innesca processi disastrosi.

IL VALORE PROSPETTICO É NEI BIG DATA
Ormai è certificato anche dai più autorevoli centri di ricerca del mondo ( si veda l'intervista che R&P Mag ha realizzato con il professore Marco Rasetti della Fondazione ISI nello scorso numero), chi possiede i Big Data ha in mano il futuro dell'economia del villaggio globale. Chi, in questi anni in maniera auspicabilmente lecita....ma anche no!... ha registrato e raccolto i dati sulla nostra identità, sulle nostre passioni, sulle nostre attitudini di acquisto, può tranquillamente, attraverso l'ideazione di appositi algoritmi, uscire dalla fase della semplice fotografia dell'esistente ed entrare nella fase, molto più interessante dal punto di vista economico, della pianificazione e vendita delle nostre future decisioni di acquisto. La nuova frontiera della pubblicità online nasce proprio di qui. "Chi ha i dati, ha tutto - ha scritto recentemente Domenico Dato, creatore di Istella, uno dei massimi esperti italiani di search engines - perché li integra con funzioni di machine learning e diventa imbattibile... Google ha una quantità di dati enormi: anagrafici, contatti, appuntamenti, piani di viaggio, ma soprattutto dati di navigazione e di click. Questo da vita ad una situazione di monopolio che non è arginabile solo con la tecnologia. Perché puoi avere l'algoritmo più forte al mondo ma senza i dati non puoi competere." Sulle colonne di R&P Mag lo stiamo scrivendo ormai da anni: è inutile che in Europa ci si scanni in un dibattito, in parte giuridico e in parte ideologico, su privacy e dintorni. I buoi sono già scappati dalle stalle ed è obsoleto occuparci dei sistemi di chiusura delle stesse. Concentriamoci invece sul considerare i nostri dati personali come un diritto identitario disponibile, avente quindi un valore patrimoniale di trasferimento. Chi vuole li ceda al Google di turno a fronte di un corrispettivo: chi non vuole se li tenga. Addirittura più rigorosa é la tesi del guru della cultura digitale internazionale, il trentunenne bielorusso Evgeny Morozov: "bisognerebbe pretendere la restituzione dei nostri dati - ha detto Morozov a Riccardo Staglianò di Repubblica - Anche quando crediamo che un servizio sia gratis, oltre alla privacy, cediamo tali e tante informazioni su di noi che nel loro complesso valgono assai di più di quello che abbiamo risparmiato. É arrivato il momento di rendersene conto e, considerata la vostra diversa sensibilità di europei, forse di smettere di fare favori alle aziende americane".

L'AUTOCERTIFACZIONE DEL COPYRIGHT IN TWITTER
Due parole merita la notizia apparsa a fine luglio sui media internazionali: la scrittrice americana Olga Lexell, frequentatrice assidua di Twitter (che usa e ottimizza per capire se alcune anticipazioni dei suoi romanzi possono essere sexy per i suoi lettori) accortasi che molti dei suoi followers riutilizzavano i suoi "cinguettii" ritwittandoli nella Rete come se fossero loro, ha deciso di dire basta. Ha chiesto e ottenuto da Twitter di cancellare i tweet da lei denunciati sul presupposto di una paternità/proteggibilitá analoga a quelle delle opere coperte da copyright. Twitter accettando l'istanza della scrittrice e decidendo di censurare chi ricopia una battuta senza citare la fonte, ha dato luogo ad un precedente interessante di applicazione della normativa sul copyright anche nei pochi caratteri di un tweet.

IL FENOMENO DI TED (TECNOLOGY ENTERTAINMENT DESIGN)
Era partito come un gioco ed è diventato uno dei grandi protagonisti della Rete: stiamo parlando di Ted, l'organizzazione no profit a livello mondiale che si occupa di immagazzinare e selezionare gli speech di tutti coloro che si candidano ad essere postati purché nel rispetto delle regole del gioco di Ted. La piattaforma nasce in California nel 1984 come salotto riservato a coloro che sono disponibili a pagare per ascoltare dai bene informati che cosa ci riserva il futuro prossimo. Nel 2000 Ted viene acquistato dall'editore inglese Anderson che, dal 2005, aggiunge alla piattaforma anche un evento fisico annuale che chiama Global-Ted. Il fenomeno esplode nel 2006 quando tutte le teleconferenze postate dai candidati selezionati vengono messe online gratis. Il singolo speech postato non può durare più di 18 minuti: il direttore europeo Giussani (quello che abbiamo citato dinanzi come il fustigatore dell'eccesso di velocità dei dati della Rete!) si giustifica così: "é un'accusa che riceviamo spesso. In 18 minuti non si offre quello che darebbe un libro di 300 pagine. Ma noi non vogliamo sostituirlo. Solo sollecitarne il gusto di leggerlo."
Siamo reduci da una visita dentro la piattaforma: una straordinaria esperienza per conoscere gli speech più importanti di Obama, Marchionne e Clinton, tanto per favore alcuni nomi delle stars della narrazione a livello mondiale, ma anche per studiarne le tecniche espositive, la capacità di storytelling, il metodo per affrontare il pubblico allungando la sfida contro la perdita di attenzione.

IL BACKSTAGE DELLA RIVOLUZIONE DI GOOGLE
Riportiamo così come ci è stato raccontato uno dei "perché" della nascita di Alphabet e del nuovo legal framework di Google. Al di là di una criticità legale dell'uso della denominazione Alphabet, già oggetto di una precedente registrazione di un grande casa automobilistica, è ragionevole pensare che il riassetto societario possa permettere una più facile e gestibile negoziazione di Google con le autorità fiscali dei paesi dove opera il colosso di Mountain View. Lo spezzatino dell'attività in aree e settori diversi dovrebbe permettere l'individuazione di singole profittevolezze, potenzialmente assoggettabili alle fiscalità dei paesi dove queste sono prodotte. Sarà vero? Lo vedremo a breve sul mercato.
Riccardo Rossotto

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A lunch with... Mario Rasetti

autore:

Riccardo Rossotto

Nell’incubo quotidiano che aleggia nelle menti e nei cuori di molti essere umani (non di tutti….), sul tema dei Big Data si intravede una luce. O meglio abbiamo intravisto una luce di speranza incontrando uno scienziato italiano, amante del suo bislacco Paese, animato, a 74 anni, da passione, energia e progettualità che molti ventenni gli dovrebbero invidiare .

Stiamo parlando del Professor Mario Rasetti, torinese con una vita professionale alle spalle vissuta, con la valigia in mano, tra il Politecnico di Torino e l’Institute for Advanced Study di Princeton. Ora è Presidente della Fondazione ISI con sedi a Torino e New York e considerata una delle tre eccellenze mondiali nella ricerca sui Big Data. Vale la pena andare sul sito per capire cosa stia facendo questo Istituto per cambiare il mondo!

Rasetti li chiama "i miei ragazzi" e sono considerati, nel mondo, una delle squadre di scienziati più innovative e moderne in questo specifico settore. In sintesi, studiano il flusso rivoluzionario di dati che circolano in ogni nano secondo nella Rete e costruiscono i famosi algoritmi che servono proprio a trattare e gestire con certe finalità, ogni volta diverse e mirate a obiettivi diversi, tutto questo enorme e spropositato flussi d’informazioni. Solo per fare un esempio, hanno recentemente costruito per gli Stati Uniti un algoritmo che prevede il diffondersi delle epidemie a livello mondiale, con risultati incredibili in termini di attendibilità e quindi di efficacia preventiva per ridurre il rischio di contagi pericolosissimi. 

Abbiamo incontrato il Professor Rasetti in una calda serata di questo Giugno pazzerello, a Torino, decidendo di innovare (con il Prof. è impossibile non farlo!) il format di questa rubrica di RepMag e scegliendo di mangiare a casa, in modo semplice e frugale. Rasetti non beve, ama la cucina in modo sobrio, è sempre attento e concentrato sulla sua passione, sulle sue ricerche, sulle possibili e nuove conquiste della scienza nel mondo della Rete. Non è monocultura fondamentalista ma piuttosto la consapevolezza che, essendo la Rete uno strumento di conoscenza delle materie più varie e lontane magari tra di loro, bisogna studiarla bene, capirne le potenzialità e i rischi, considerarla un "oggetto" da sfruttare. Un "oggetto" che sta trasformando le nostre vite, i nostri comportamenti, le nostre abitudini: un "oggetto" che dobbiamo sfruttare, che dobbiamo dominare e non subire passivamente.

Di fronte ad un minestrone tiepido (il caldo si combatte con il caldo dicono gli abitanti del deserto) Rasetti inizia a rispondere ai nostri dubbi, alle nostre preoccupazioni sullo sviluppo della Rete e delle sue zone d’ombra.   

 

Allora Professore: Big Data, un incubo o un’opportunità? 

 

"Non c’è alcun dubbio che i big data (e l’uso razionale dei dati in generale, siano essi in grandi insiemi oppure no) costituiscano un’opportunità, anzi ben più che un’opportunità. L’essere 'digitale' proprio della nostra epoca, società, cultura, è un fatto paragonabile all’avvento della stampa. Oggi è in corso una rivoluzione – appunto digitale – simile (ma più grandiosa e universale, si pensi al ruolo di Internet in Africa) a quella avvenuta con l’invenzione di Gutenberg nel 1455, che ha pavimentato la strada a Rinascimento, Illuminismo e Rivoluzione Scientifica. Ci sono analogie profonde, e differenze altrettanto profonde. L’introduzione del libro stampato fu, di fatto, una "rivoluzione inavvertita". L’avvento della stampa venne sì accolto dai contemporanei come una specie di miracolo, perché trasformava il libro da oggetto di élite, prezioso e raro, in un prodotto che poteva facilmente essere moltiplicato in un numero arbitrario di esemplari, sempre meno costosi. Essi non si resero conto però che sarebbe stata la stampa a dare vita al passaggio epocale dal Medioevo all’Età Moderna, proprio perché non era solo un contributo enorme alla diffusione dei libri. Pensando questo si confina l’avvento della stampa a una fase della storia del libro, accentuandone il carattere di continuità rispetto all’effettiva portata rivoluzionaria del cambiamento. La continuità però sta altrove. La carta aveva già sostituito la pergamena e la riproduzione dei libri era diventata un’operazione più spedita, ma l’uso della carta di per sé non aveva ridotto il numero di ore necessarie per produrre un testo. La discontinuità rivoluzionaria indotta dalla stampa sta nella standardizzazione dell’ortografia, nelle nuove modalità di fruizione del libro, nella definizione delle lingue moderne; nel rendere cioè accessibili le premesse culturali dei processi epocali che ne seguirono. Fu il libro stampato a far passare dai pochi dotti del primo umanesimo a un vasto pubblico colto che poteva disporre di edizioni corrette degli autori classici, o accedere al libero esame delle Scritture, o ancora avere sotto gli occhi mappe del cielo e della terra, che disgregavano il mondo di Aristotele e Tolomeo. Naturalmente la rivoluzione della stampa non si verificò nell’arco di una generazione; ci vollero oltre 300 anni perché i cambiamenti da essa introdotti nella società e nella conoscenza venissero metabolizzati e altrettanti perché da rivoluzione si trasformasse in normale strumento di progresso. Prima gli autori dei libri erano controllati dalle autorità, religiose o secolari; con l’avvento della stampa essi divennero sempre più laici, spesso eretici. Una volta stampati, i libri passavano agevolmente di mano in mano, con il loro denso contenuto d’informazioni che, molto più avanti, fu ulteriormente aumentato dalla fotografia; passaggio questo la cui rapidità e portata furono nel tempo accresciute a dismisura prima da telegrafo, telefono e radio, poi dalla televisione e infine dal computer. Quest’ultimo monopolizza oggi ormai tutte le forme della comunicazione, facendo proprie – ma aumentandole a scale senza precedenti – le potenzialità di tutte le altre tecnologie di 'trattamento dell’informazione'. Strumento riservato inizialmente solo alle grandi organizzazioni e amministrazioni, ricerca scientifica e comandi militari, è la tecnologia (prima i microprocessori, poi la Rete) che ha reso questa macchina così sofisticata accessibile a tutti. Oggi attività dello spirito grandiose quanto elitarie, come l’Encyclopédie di Diderot e D’Alambert, sono sostituite dalla democratica Wikipedia quale fonte e strumento (dinamico, interattivo, partecipato) di informazione e di cultura: dove riproduzione, fruizione e generazione del sapere sono unificate in un unico processo. Se la stampa ha consentito un uso diverso della memoria, il computer esalta questo a dismisura, per la vastità delle sue capacità. Ma tutto questo non è ancora che un pezzo di storia della stampa. Oggi c’è molto di più; oggi ci sono i dati (i Big Data): ben più che un’opportunità dunque, bensì una straordinaria discontinuità nel processo della nostra evoluzione culturale. Big Data significa integrazione del mondo – dall’uomo alle tecnologie che ormai ne accompagnano la vita, a tutti i livelli – in un unico ensemble, in una sola 'materia virtuale' di cui tutto e tutti facciamo parte, dalla decifrazione della quale dipenderanno la nostra vita, evoluzione, progresso.  

Sono anche un incubo? Certo, perché sono un oggetto di tale potenza e complessità che come una vera Biblioteca di Babele contengono tutto, il reale e il possibile, anche il male. Come in ogni vera rivoluzione scientifica, i rischi di cattivo uso da parte di menti perverse o malintenzionate sono naturalmente in agguato. Dobbiamo mettere in campo tutte le nostre risorse etiche per preservarne l’enorme potenzialità positiva; nel passato non sempre ci è riuscito. E dobbiamo creare sempre maggiore consapevolezza tra quanti sono generatori/ proprietari dei dati: l'uomo della strada che ha un cellulare in mano, che paga con bancomat, che va al supermercato o in farmacia, che prenota una visita in ospedale, che guarda la televisione, è lui il vero proprietario dei dati e deve saperlo."  

 

Come si può coniugare virtuosamente sicurezza, privacy e valorizzazione dei Big Data? Rasetti alza le palpebre e sorride: questa è la vera e cruciale sfida a cui gli uomini devono dare una risposta adeguata.

 

"La risposta a questa domanda va formulata su due livelli diversi. Da un lato l’aspetto tecnico: sicurezza privacy e preservazione dei valori dei dati sono oggi saldamente nel novero delle possibilità della scienza. I nuovi algoritmi di cui disponiamo, quelli più avanzati, basati su sofisticate metodologie matematiche e di intelligenza artificiale, se applicati nel modo corretto e con appropriate metodologie di reverse engineering possono darci strumenti di anonimizzazione e protezione dei dati praticamente al di là di ogni pensabile aggressione maliziosa. Dall’altro lato, la doverosa attenzione a coniugare virtuosamente sicurezza, privacy e valore dei dati è parte sempre più rilevante dell’etica della nostra società, della società del nuovo millennio. È necessario che la nuova cultura del digitale sia affiancata da una solida etica dei dati, che viva anche della consapevolezza intelligente della forza e della potenzialità che i dati intrinsecamente posseggono. Certo, in un Paese come il nostro, in cui – in spregio di ogni senso delle Istituzioni, dei ruoli e dei valori a esse associati, della stessa dignità umana – un Vice Presidente del Senato in un messaggio twitter definisce 'idiota' il suo Presidente del Consiglio, occorre tutto l’ottimismo che la nostra ragione riesce a concepire per credere che questo sia fattibile, ma io sono fra quanti ci credono."   

 

Federico Rampini ha scritto che i nuovi capitalisti di Internet sono peggiori dei capitalisti della rivoluzione industriale! È una provocazione o si sta consolidando davvero un nuovo monopolio di avidi, cinici e poco solidali capitalisti della Rete?

Siamo intanto passati ad un secondo leggero, un piatto di calamari con melanzane poco condite. Frugalità assoluta e soprattutto un imperativo metodologico: non distraiamoci dai delicati temi che stiamo trattando! 

 

"I processi di Internet, sia di quello che tutti noi ben conosciamo, sia di quello ‘delle cose’ che si sta profilando come l’ubiquo tessuto del nostro mondo futuro, sono tutti rappresentabili come una sequenza di tre passi: estrarre informazione dai dati, generare conoscenza dall’informazione, sintetizzare sapere dalla conoscenza. Tali processi richiedono visione, intelligenza, capacità di analisi e di sintesi non comuni, coraggio e altrettanto non comune rigore. Quanti si servono di Internet come strumento di marketing, commercio, innovazione devono mettere in campo tutto questo bagaglio di strumenti per avere successo. Ora, mentre i metodi di chi opera nella rete e attraverso la rete sono molto diversi, i processi non sono invece di fatto molto differenti da quelli cui il sistema produttivo e di profitti messo in atto dalla rivoluzione industriale ci hanno abituati. Per questo io credo che i nuovi capitalisti non siano né più intelligenti né migliori (o peggiori) in quanto a cinismo e avidità di quelli del passato. Avidità, cinismo, scarsa solidarietà fanno parte della definizione e sono essenza stessa del capitalismo più che non dell’attributo operativo – digitale o industriale – che gli compete in un particolare momento storico. Nel mondo dei neo-capitalisti del digitale, peraltro, stiamo assistendo a episodi di generosità, di sensibilità al sociale e alla sofferenza, di visione umanitaria che molto raramente si sono visti col capitalismo vecchia maniera."  

 

Conoscenza e Innovazione sono in mano a poche imprese, per di più prevalentemente americane? A che punto è l'Europa e come reagisce al monopolio americano? 

 

"C’è ancora una forte polarizzazione della conoscenza scientifica sui paesi occidentali e, all’interno di questo blocco, gli Stati Uniti la fanno da padrone; ma sul fronte della tecnologia è l’estremo oriente che sempre più emerge e domina: Corea, Singapore, Cina. La vera domanda da porre è chiedersi perché questo avvenga, e la risposta appare quasi ovvia: è la quantità di investimenti – mirati e guidati da una forte scelta strategica in favore dello sviluppo – sia economici (ma in un conto economico fatto seriamente è ugualmente ovvio che il ritorno in termini di lavoro e crescita produttiva, ma anche in termini di salute, benessere, qualità della vita siano correlati) sia di risorse umane (dove disattenzione e indifferenza a merito, intelligenza, creatività non facciano dissipare l’unico vero patrimonio che l’uomo inteso come specie biologica possegga al di sopra di ogni altra creatura). Un po’ diverso è il quadro se anziché d’innovazione e di nuova conoscenza parliamo di controllo commerciale delle risorse che scienza e tecnologia ci mettono a disposizione. La polarizzazione è ancora Oriente (lontano) – Occidente, ma in quest’ultimo è l’Europa a essere l’anello debole. Forse un po’ troppo sinteticamente, ma non sbagliando troppo, si può dire che oggi la gestione del nostro patrimonio di conoscenza è nelle mani degli Stati Uniti (Google e i suoi satelliti), mentre quella del commercio e del mercato elettronico è sempre più saldamente nelle mani della Cina (AliBaba sta letteralmente spazzando via i concorrenti e accentrando la gestione globale dell’e-commerce). L’Europa sta alla finestra; in enorme ritardo rispetto alle infrastrutture e agli investimenti, alla capacità di una strategia comune, al coraggio di affrontare la sfida a ritagliarsi un ambito suo nell’universo digitale, in cui gestire un pezzo del mondo della rete. Io personalmente credo che la salute sia l’ultimo pezzo davvero importante di questo universo rimasto senza struttura e penso che se l’Europa trovasse la forza, il coraggio e la dignità di lanciare e gestire in prima persona la sfida di aprire un 'Google della salute' globale avrebbe l’opportunità – non solo importante, forse l’ultima – di proporsi alla guida di un mondo moralmente esangue con un sistema di valori, etici oltre che scientifici e tecnologici, forti."  

   

La Fondazione ISI è un’eccellenza mondiale: com’è nata e come pianifica il suo futuro in termini di continuità e sostenibilità? 

 

"La Fondazione ISI è un istituto di ricerca focalizzato sulla scienza della complessità e sulla scienza dei dati, nata dal sogno condiviso di due scienziati – Tullio Regge ed io – che dopo anni di vita nel paradiso dell’Institute for Advanced Study di Princeton decisero di tornare in Italia e provare a costruire lì un oggetto che di quel prestigioso Istituto avesse la forza e la statura. Siamo stati fortunati, anche perché abbiamo trovato sul nostro percorso un giovane (allora) politico capace di condividere la nostra visione: Giovanni Ferrero, a quei tempi assessore alla cultura della Regione Piemonte. L’essenza di ISI, sin dalla sua costituzione, il motore della sua continuità nel tempo, sta nell’impegno incessante nello sviscerare le domande più interessanti e profonde relative alla natura e alla società, in totale libertà e indipendenza. Scopo dell’Istituto è di incoraggiare i suoi scienziati a pensare, immaginare, rischiare, più e più volte, ricominciando se necessario ogni volta da capo, incuranti delle pressioni esterne. La sua vision è di essere il centro intellettuale di un mondo disperatamente alla ricerca di integrità, di progresso e di intelligenza, servendo di esempio alla comunità scientifica, sì, ma anche alla società in senso lato. È di collocarsi alla frontiera del sapere contemporaneo globale, concentrandosi non solo sul presente ma, soprattutto, sul futuro. La visione di ISI è che un pensiero senza vincoli, indirizzato a comprendere e far sempre più propria la straordinaria ricchezza di fatti, strutture, idee e culture del mondo, finirà per cambiare questo stesso mondo, facendone un posto migliore per viverci. Scopo di base della Fondazione è di promuovere, sostenere e condurre ricerca avanzata nella scienza dei sistemi complessi e dei dati, ispirata esclusivamente dai principi della libertà e della curiosità. 

Per oltre trent’anni ISI ha coltivato un patrimonio esclusivo di cultura del vivere alla frontiera della scienza, con un piccolo gruppo di scienziati visionari che credono nella potenza di una scienza guidata solo dalla curiosità e dalla sete di conoscenza, e disposti a tenere in vita un’istituzione dedicata a realizzare il sogno di un’inusuale forma di cultura scientifica caratterizzata dall’assenza di vincoli disciplinari e geografici. I risultati sino a oggi hanno premiato questo sogno, e hanno permesso di dare vita a un gruppo di ricercatori veramente di élite nel panorama mondiale, su una tematica che crea e promuove i paradigmi più nuovi e avanzati della scienza contemporanea. Una scienza il cui ambito di applicazione è in costante crescita e che si colloca altresì all’incrocio di quei paradigmi di pensiero che sono – o dovrebbero essere – anche gli strumenti di un nuovo modo di gestire e governare la società.  Nel momento stesso in cui vediamo il mondo diventare sempre più iperconnesso globalmente, ISI rifiuta l’isolazionismo della scienza in una torre d’avorio, incomunicabile con la società, ma si confronta con la sfida di condividere la sua conoscenza, il suo sapere. Fa questo con forme diverse dal technology transfer e dalla semplice incubazione di innovazione basata sulla scienza, avviando un processo di condivisione davvero in grado di accendere l’innovazione in nuove direzioni e soprattutto con modalità differenti.  

Certo il tema della sostenibilità è delicato, date queste premesse, ma sino ad ora ce l’abbiamo fatta – anche se una delle ultime scelte in questa prospettiva è dovuta essere il ritorno, sia pure parziale e controllato, all’amata America. Uno dei temi che vorrei citare in questo senso è quello – di nuovo – dell’Europa. Uno dei punti di forza di ISI in questi suoi trent’anni di vita (di fatto trentadue) è stato di aver gestito un flusso costante di progetti di ricerca europei di altissima qualità. Questo ha messo l’Istituto al centro di una rete di eccellenza in cui il piccolo Istituto torinese (solo fra i 50 e i 60 scienziati residenti, sia pure di qualità altissima) effettivamente scala globalmente ad un numero di ricercatori attivi di oltre cinquecento."  

 

Quali sono i principali progetti in cantiere e quali sono stati quelli che vi hanno dato maggiori soddisfazioni? (Siamo al caffè: uno dei pochi vizi che il Professore si concede) 

 

"La scienza dei sistemi complessi e la scienza dei dati – o meglio, la scienza di quei sistemi complessi che sono accessibili e sono rappresentati solo attraverso grandi (spesso enormi) quantità di dati – sono, come ho già detto, il baricentro degli sforzi di ricerca a ISI da oltre trent’anni, e rimangono ancora obiettivo principale della Fondazione, sia in una prospettiva di scienza di base, sia rispetto alle applicazioni. Fra queste ultime, l’attenzione è per la massima parte focalizzata su problematiche suggerite da nuovi aspetti della società: sistemi socio-tecnici, salute, intelligenza; che oltre alle questioni scientifiche ‘per sé’ toccano tipicamente anche delicati temi etici, da sempre fondamento della pervasiva attenzione della Fondazione. Di fatto, il nostro Istituto non solo è sempre vissuto alle frontiere della scienza, creando negli anni nuove sfere d’investigazione e nuovi ambiti di conoscenza che si sono propagate come increspature premonitrici sulla superficie spesso piatta della scienza accademica, ma si è qualificato come un’istituzione che ha occupato e occupa questa posizione di avamposto della scienza contemporanea con un ruolo di precursore intellettuale, di guida e di battistrada.  L’obiettivo di costruire un’impalcatura concettuale nel cui ambito trattare in maniera unificata e universale i sistemi complessi, indipendentemente dalla loro natura, è compito enormemente più difficile e ambizioso di quello che fra la fine dell’ottocento e quella del novecento portò alla costruzione di quel capitolo della fisica teorica (la 'meccanica statistica') che sta alla base della termodinamica, che nacque proprio in simbiosi con la tecnologia di quelle macchine che stavano dando vita alla rivoluzione industriale. 

Questa nuova capacità di comprensione delle dinamiche dei sistemi complessi è destinata a stimolare lo sviluppo di una nuova scienza 'integrativa', capace di andare al di là dei modelli computazionali disponibili oggi e di comprendere gli intrecci complessi dei sistemi socio-tecnici globali in cui la nostra vita è immersa, dipanando il filo della vita, dell’intelligenza, della salute (la diffusione del contagio, i meccanismi del cervello umano, il sistema immunitario), o della società (reti, reti sociali, collettività umane) e predicendone funzioni e disfunzioni. Queste conoscenze potranno aiutare non solo gli individui, ma i decisori in senso lati (politici, classe dirigente) nel loro difficile compito, fornendo loro scenari realistici e soprattutto simulazioni comparate degli effetti delle loro scelte; estendendo i loro orizzonti su domini di conoscenza sempre più ampi grazie agli straordinari volumi of dati, in sempre più rapida crescita ed evoluzione. La Fondazione, grazie all’esperienza accumulate dai suoi scienziati, ha saputo mettere a punto algoritmi di estrazione di informazione e conoscenza dai dati che possono essere applicati ad uno spettro amplissimo di problematiche sistemiche; dalle interdipendenze dei fattori che influenzano l’economia alla diffusione dell’innovazione, dai disordini sociali (criminalità, violenza) ai disordini nervosi come Parkinson, Alzheimer, autismo, dalla epidemiologia digitale ai meccanismi di formazione delle opinioni.  

Mi piace sintetizzare questa nostra continua sfida dicendo che ciò che ISI vuole fare è "andare oltre"; oltre a Turing (perché uno degli effetti dei Big Data è che ci stiamo accorgendo che le nostre machine da calcolo possono essere inadeguate, non in termini di potenza, ma di architettura), oltre all’ergodicità (che è il principio ispiratore della meccanica statistica e che non vale per i sistemi complessi di cui parliamo), oltre all’intelligenza artificiale (che sta alle radici degli algoritmi 'alla Google', che a ISI si cerca di superare), oltre all’idea che non si possano fare predizioni accurate e attendibili anche quando la complessità tenta di sbarrarci la strada. 

In questo lungo percorso, molti sono stati i progetti che ci hanno dato grande soddisfazione. Per quanto riguarda il passato, forse il più importante è il fatto che è a ISI che è nata quella scienza quasi ai confini con la fantascienza che va sotto il nome di ‘computazione quantistica’ (oltra alla quale oggi stiamo cercando di andare). Quanto all’attualità, cito solo due nostri ‘gioielli’. Il primo, uno straordinario algoritmo di predizione della diffusione del contagio, che nacque ed ebbe grandissimo successo con la pandemia di H1N1 nel 2009 e che è continuato a migliorare nel tempo, diventando lo strumento con cui è stata affrontata l’epidemia di Ebola nel 2014; un algoritmo che oggi è stato ufficialmente adottato dal WHO (l’Organizzazione Mondiale per la Sanità) come suo strumento di controllo/predizione delle epidemie. L’altro, un algoritmo assolutamente innovativo (basato su metodi matematici molto sofisticati di topologia algebrica) che ha permesso di estrarre informazione a priori neppure ipotizzabile dalle immagini di risonanza magnetica funzionale sul cervello.

 

In chiusura: un suggerimento a un giovane studente italiano che guarda con angoscia il suo futuro lavorativo. 

 

"Rispondo in due tempi, con considerazioni diverse. Per prima cosa voglio fare riferimento ad un Rapporto Mac Kinsey sui Big Data del 2013, diventato famoso, nel quale questa società internazionale di consulenza manageriale esaminava appunto la questione big data in una prospettiva di economia del lavoro. Fra le varie conclusioni tratte, due sono qui rilevanti: i) i Big Data saranno il più fertile terreno di crescita commerciale, industriale, culturale, sociale dei secoli a venire; ii) soltanto negli Stati Uniti (l’Europa non si è neppure curata di fare un’analisi di questo genere!) entro la fine del 2016 – che è ormai alle porte – ci sarà una carenza di personale in grado di gestire Big Data dell’ordine di 160,000-190,000 unità. IBM con un suo studio complementare del 2014 ha mostrato come se si va oltre e si considerano anche gli addetti di basso livello (programmatori, softweristi, ecc.) i numeri salgano a un fabbisogno di 4.5 milioni (nel mondo), di cui entro la data indicata sarà disponibile circa un terzo (1.5 milioni). Le scuole e le università non sono in grado di sopperire a questa richiesta drammatica. A questo quadro, io aggiungo che la scienza dei dati nei confronti dei Big Data non è solo capacità di manipolare con tecniche ordinarie quantità di dati molto più grandi del consueto. Big data è un approccio totalmente diverso – perché multidisciplinare, fortemente innovativo sul piano degli algoritmi e del pensiero analitico e sintetico necessari, basato su strutture sconosciute e difficili da gestire – e richiede tanta creatività e tanta cultura. Per questo a un giovane studente italiano (ma anche ai suoi docenti e a chi governa un sistema scuola che è sempre più arcaico) io suggerisco di cercare innanzitutto di capire e metabolizzare la portata culturale della rivoluzione digitale, per disegnare poi i suoi percorsi formativi di conseguenza, non focalizzandosi solo sugli aspetti tecnici ma sulla interdisciplinarietà che li caratterizza e sull’immenso ventaglio di problematiche che essa comporta. Dunque provocatoriamente consiglierei ad esempio a chi si costruisca un curriculum di informatico di aggiungere al suo bagaglio un po’ di filosofia del diritto o di etica, e a chi veda per sé un percorso da giurista qualche corso di informatica teorica o logica e teoria del linguaggi formali. Io credo che il nostro paese sopravvivrà alla crisi di identità che lo sta attanagliando solo se la sua futura classe dirigente sarà formata su questa falsariga."  

 

La nostra chiacchierata si chiude qui. Una breve riflessione personale me la concedo, per una volta: salutando il Professore e ringraziandolo per il tempo passato insieme, per il sottoscritto una occasione straordinaria di capire fenomeni che non avevo neanche immaginato prima, mi è venuto in mente un pensiero che riguarda la nostra scuola. Mi sarebbe piaciuto avere un maestro come Rasetti, un grande conoscitore di una materia complessa in grado di raccontarla in maniera semplice, comprensibile, affascinante. Ho provato anche a rispondermi: forse ci riesce così bene perché la ama e la conosce in profondità. 

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Se vuoi essere grande fratello, devi pagare

Qualcosa sta cambiando nell’approccio giuridico e culturale degli americani sui temi della Privacy? Si direbbe di sì…senza troppe illusioni comunque! Sono reduce da una interessantissima conferenza tenutasi a Boston, al Massachusetts Institute of Technology (il mitico… MIT di Harvard, a Cambridge, Boston!)su un tema di grande attualità costituito dal Big Data: quanto potrebbe condizionare il futuro della  gestione del business internazionale lo sviluppo tecnologico della grande banca mondiale delle informazioni e dei dati personali di ciascuno di noi? Secondi i luminari del Mit moltissimo. Potrebbe essere la rivoluzione del terzo Millennio!! Da qui il titolo della conferenza  il cui contenuto era già stato anticipato nello scorso mese di Ottobre da uno studio pubblicato sul The Harvard Business Review: “Big Data,The Management Revolution”.

Presentando i lavori, il capo progetto del Center for Digital Business, Andrew McAfee, ha pomposamente definito il Big Data come “il prossimo grande capitolo nella storia del nostro business”. Secondo Erik Brynjolfsson, coautore dello studio citato, il Big Data ci costringerà a rivedere idee, categorie concettuali, aspetti organizzativi …in altre parole, la way of thinking del nostro modo di vivere attuale. Uno studio della MCKinsey  prevede che gli Stati Uniti avranno bisogno nel breve termine di almeno150.000/200.000 lavoratori specializzati in questa materia e che nasceranno almeno 1.500.000 di nuovi managers specializzati in questo campo. Tutti gli strumenti operativi nel web apriranno le proprie porte alla misurazione e al monitoraggio dei movimenti dei consumatori, registrandoli e selezionandoli come mai prima d’ora. È stato fatto l’esempio di Facebook: ognuno di noi può mettere i suoi dati nel proprio profilo della propria pagina. Il software di Facebook registrerà i tuoi clicks e le tue ricerche o scelte di acquisto. Un algoritmo, appositamente studiato, a quel punto, ti sottoporrà una serie di consigli per gli acquisti modellati sul tuo percorso storico. Attraverso particolari e sofisticati algoritmi lavorati su moderni PC si potranno prevedere i  comportamenti delle persone di tutti i tipi: dallo shopping alle passioni politiche. Secondo i ricercatori americani il risultato sarà quello di vivere in una società più smart con aziende più efficienti, consumatori meglio serviti e decisioni assunte in base a informazioni e analisi più precise  e accurate. Uno scenario fantascientifico per certi versi stimolante per altri angosciante e preoccupante .La registrazione e l’utilizzo di tutti i nostri dati personali, non controllata e non sottoposta a nessun regolamento potrebbe, certo, da un lato migliorare le decisioni che ciascuno di noi deve assumere nel suo ambito professionale o imprenditoriale, ma anche, dall’altro, portare all’espropriazione totale della nostra privacy, della nostra volontà di voler far sapere “i fatti nostri”, le nostre questioni private a tutta la comunità degli essere umani conosciuti o, peggio, sconosciuti. Non ho dubbi, personalmente, che questo trend sia inarrestabile, “figlio” di un progresso tecnologico difficilmente incapsulabile dentro rigide e, forse, obsolete regole del gioco. Ma da qui a diventare un irrazionale suddito del progresso solo perché esso rappresenta ….il progresso e quindi è, per definizione, positivo, faccio fatica e mi allarmo. Ho già scritto altre volte su questo tema che la comunità internazionale si dovrebbe imporre uno “stop” metodologico per riflettere, senza troppi condizionamenti lobbistici, su dove stiamo andando e su come sia gestibile una grande opportunità come quella del Big Data senza con ciò rischiare di ritornare al Far West dei diritti alla propria Privacy. Ho ben presente nella mia mente il ritornello di quella canzone di qualche anno fa che diceva “ per quest’anno non cambiare stessa spiaggia stesso mare…”  e che sintetizzava brillantemente una  naturale tendenza degli esseri umani a ritornare nei posti dove si sono trovati bene. Dove sono stati felici o dove hanno trovato prodotti o servizi adeguati ai loro bisogni. Con ciò non intendo aderire passivamente ad un bombardamento di offerte di acquisto di quelle cose che in passato ho comprato e di cui sono stato probabilmente soddisfatto. Voglio poter scegliere, anche di essere destinatario di offerte legate alle mie scelte di acquisto passate, ma anche di dire di no, di poter decidere di non partecipare alla grande abbuffata informatica e consumistica del Big Data.
E poi…e poi mi viene in mente un aspetto della vicenda che non ho ancora letto sui giornali o sulle riviste specializzate. Se i miei dati, le informazioni che riguardano le mie passioni, i miei gusti, le mie tendenze all’acquisto sono così importanti e ambite dalle aziende produttrici di beni e servizi, significa che hanno un valore di scambio. Vuol dire che chi le possiede, supponiamo anche in modo lecito, ha in mano un valore competitivo non banale rispetto ai concorrenti che non le hanno. Se così fosse, la mia proposta è semplice ed immediata: me le paghino! Mi riconoscano il valore del mio patrimonio informativo e mi liquidino un importo che sia equo rispetto al vantaggio che io offro trasferendo loro tale uso. In caso contrario sia che io decida di non venderli sia che non mi accordi sul corrispettivo, nessuno potrà impossessarsene, nessuno potrà avvantaggiarsene. La cultura giuridica mondiale ha elaborato e consolidato nei secoli il diritto di ogni individuo al proprio nome e alla propria immagine, offrendo strumenti legali di protezione contro la violazione degli stessi. Che differenza c’è con il diritto esclusivo all’utilizzo dei propri dati? Mi sembra proprio nessuna. Se un’azienda vuole usare il mio nome o la mia faccia per pubblicizzare i suoi prodotti deve avere il mio consenso, pagandomi, se lo ritiene un compenso da negoziare. Non vuole pagarmi nulla…..non usa i miei “segni distintivi”.Molto semplice, molto lineare. Cosa ci impedisce, come comunità di giuristi, di riconoscere che il diritto all’utilizzo dei propri dati personali è identico a quello al nome o all’immagine? Uno scarto culturale nuovo e adatto a questo straordinario sviluppo della tecnologia che, sarà anche una vera e propria rivoluzione intelligente ,come affermano i “guru” del Mit, ma non capisco perché debba vedere il singolo individuo come vittima passiva e sfruttata  dello scenario. Invece di lottare quotidianamente sullo schema dell’opt-in o dell’opt-out in materia di gestione della Privacy, non sarebbe meglio tagliare la testa al toro e lasciare, dentro una  cornice normativa contro truffe e reati di natura penale, ai singoli individui la facoltà/diritto di trattare al meglio la vendita o comunque l’utilizzo dei propri dati personali come qualunque bene di proprietà esclusiva?  

L’ultimo libro di Eli Pariser, “The Filter Bubble: what the Internet is hiding from you.”, affronta una parte di queste preoccupazioni, dando vita a inquietanti suggestioni sul futuro che ci aspetta. Non arrendiamoci alla tecnologia o, peggio, all’industria che vorrebbe manipolare il nostro futuro. Riprendiamoci in mano i nostri diritti e facciamoli valere nelle sedi competenti. Condivido il giudizio del professor Stefano Rodotà, uno specialista della materia, secondo cui Internet è” il più grande spazio pubblico della storia dell’umanità”. Ma non per questo i singoli abitanti di tale spazio devono rinunciare ai loro diritti inalienabili e non disponibili. “I don’t worship the machine” ha detto, concludendo il suo intervento a i lavori della conferenza al Mit, Raquel Schutt,senior statistician di Google Research e la mia risposta è stata “Me too!!!”

Riccardo Rossotto

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